All’ennesimo “Family Day” convocato qualche anno fa, noi Radicali contrapponemmo un “Family Gay”, una celebrazione con tanto di officiante e lettura degli articoli del Codice civile. Per inciso, non avevamo nemmeno dovuto stravolgerlo il Codice, poiché gli articoli definiscono la coppia che si unisce in matrimonio perlopiù senza specificarne il sesso; gli estensori, si presume senza intenzione, si sono dimostrati più sensibili di buona parte della politica italiana, conservatrice e retrograda.

In quell’occasione invitammo le coppie omosessuali desiderose di dire sì – seppure, per il momento, solo per goliardia – a unirsi alla nostra manifestazione, che era una richiesta al Palazzo di spingersi ancora più in là di quanto stava, timidamente, facendo. Eravamo, infatti, alla vigilia dell’approvazione della legge sulle unioni civili, un enorme passo avanti non tanto e non solo per le coppie che avrebbero potuto scegliere quella possibilità di lì a poco, quanto per l’intera società italiana.

Al Family Day che millantava un impossibile milione di partecipanti noi rispondemmo che eravamo due milioni! La nostra festa aveva raccolto molte decine di partecipanti, e molti più osservatori incuriositi ma rimasti sullo sfondo. Tra noi, l’amico Nino scelse per sé il cartello “Mi sposo con chi voglio!”, lui “sciupafemmine” di lunga data. Mentre con la mia compagna di partito Laura ci prestammo al gioco e ci unimmo in matrimonio, con tanto di bacio di rito, sposate da un Silvio Viale quasi emozionato, con tanto di fascia tricolore.
Con i numerosi articoli del giorno dopo ricevemmo decine di telefonate e messaggi da parenti, amici e conoscenti che, alcuni un po’ delusi per non essere stati messi al corrente, ci chiedevano del nostro “matrimonio”, non avendolo percepito come iniziativa politica ma come coming out.

Lo facemmo convinte del fatto che i diritti vanno conquistati soprattutto con il contributo di chi non ne avrebbe diretto giovamento, proprio perché i diritti sono di tutti e aiutano la società intera a progredire. Una violazione o mancanza di diritti per una parte della popolazione, fosse anche la più esigua minoranza, rappresenta un vulnus per tutti i cittadini.
Io però credo che sia l’immagine di Nino a spiegare meglio di tutto il resto la necessità di giungere al matrimonio egualitario. Perché è giusto, perché è naturale, perché ciascuno si sposa – se si vuole sposare – con chi vuole e quando vuole. Perché se il matrimonio tra persone dello stesso sesso fosse riconosciuto nessuno perderebbe nulla. Le nostre battaglie per i diritti aprono strade e costruiscono ponti, liberano la responsabilità e le scelte, non ergono muri, non chiudono vie a nessuno, non impongono nulla.

Silvja Manzi
Candidata della Lista “+Europa con Emma Bonino” nei collegi plurinominali di Piemonte 1