Sono passati dieci anni da quelle scosse che il 24 agosto 2016 sconvolsero Amatrice e decine di comuni in Abruzzo, Lazio, Umbria e Marche, causando 299 morti, 365 feriti e oltre 40mila sfollati, in una comunità tenace, legata al territorio, che attende ancora risposte, esasperata da lungaggini e burocrazia.
Significativo il fatto che, dopo tutto questo tempo, le autorità parlino di ripristino della normalità, “ultimando la ricostruzione nel più breve tempo possibile, con un potenziamento della prevenzione”, come espresso nel monito del presidente Sergio Mattarella.
La premier Giorgia Meloni, oggetto di contestazioni, ha rivendicato la necessità di un “cambio di passo”.
Un quadro che la dice lunga su una situazione in cui, dopo tanto tempo di reiterati impegni e fiumi di parole, resta ancora lontana da quella auspicata definitiva ripresa chiamata “normalità”.

Il cardinale Matteo Maria Zuppi, protagonista della diplomazia vaticana e presidente della Cei (Conferenza Episcopale Italiana), celebrando la messa nel campo sportivo “Paride Tilesi” di Amatrice, ha ribadito il concetto di “restare umani e non girarsi dall’altra parte di fronte ai tanti che, anche oggi, piangono per disgrazie naturali e per la violenza degli uomini e delle guerre”.
I fondi raccolti nel corso della messa sono stati destinati alle vittime del recente terribile sisma in Venezuela.
Ricordiamo che ad Amatrice, dove ancora oggi la parrocchia di S. Francesco è ospitata in un container, sono in molti a stigmatizzare su quella che è stata vista come l’ennesima passerella istituzionale tra i familiari delle vittime, pur restando forte la voglia di rinascita.
Molti residenti, come l’ex sindaco Sergio Pirozzi, non hanno partecipato alle manifestazioni ufficiali di commemorazione, stanchi di nuove promesse per un paese in cui c’è ancora molto da fare per il ritorno ad una normalità ancora lontana, mentre si parla di “necessario salto di qualità per la sua ricostruzione”.

Tra ritardi e rischi spopolamento
I fatti parlano di una ricostruzione al rallentatore (che tocca solo il 40% dei quella realtà), tra cantieri bloccati o ancora da avviare, mentre il bellissimo centro storico è ancora preda di lavori infiniti.
Dopo dieci anni sono ancora tanti gli sfollati rimasti in condizioni di emergenza.
In un quadro simile, con tempi assolutamente incerti, è alta la preoccupazione per lo spopolamento in corso che rappresenta una grossa incognita per la ripresa di una realtà carica di identità e di storia il cui rilancio rischia di restare compromesso dalla burocrazia.
Il procedere in un contesto di emergenza, in assenza di una seria programmazione, ha rafforzato un diffuso senso di abbandono, anche per il forte il ritardo nel ripristino di servizi pubblici essenziali per la popolazione, in un paese che rischia, se passa ulteriore tempo, di trasformarsi in una realtà fantasma.
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