Il rapporto di Gabriele d’Annunzio con l’universo femminile è sempre stato uno dei nodi più affascinanti e inquieti della sua biografia: un intreccio tossico di adorazione estetica, possesso, idealizzazione e abbandono. Le sue innumerevoli amanti furono per lui muse e creature da scolpire nell’arte e nella poesia, ma allo stesso tempo presenze conflittuali nella realtà, incapaci di reggere il peso di un ideale che le voleva perfette, mutevoli e subordinate al suo sguardo. Dietro il culto della femminilità si celava infatti una tensione irrisolta tra desiderio di fusione e bisogno di dominio, tra esaltazione lirica e insofferenza concreta, che finiva per logorare ogni legame nel momento stesso in cui lo elevava a mito.

Questa ambivalenza non rimase confinata alle relazioni amorose, ma si riversò anche nel legame più delicato e meno raccontato: quello con Renata, unica figlia femmina dei cinque ufficialmente riconosciuti.
È proprio in questa relazione poco nota al grande pubblico che si riflette forse con maggiore chiarezza il paradosso dannunziano: l’uomo capace di sublimare la donna in immagine poetica e, allo stesso tempo, incapace di sostenerne la realtà concreta. La storia di Renata, così intensa, dolorosa e profondamente umana, diventa dunque una chiave di lettura privilegiata per comprendere non solo il padre, ma l’intero universo emotivo e simbolico del Vate.

(Gabriele d’Annunzio e la figlia Renata)
Era il 1891 quando d’Annunzio (lui stesso preferiva utilizzare la “d” minuscola, così come risulta anche all’anagrafe) si trasferì in fretta e furia da Roma a Napoli per sfuggire ai creditori. Entrato subito nel giro della mondanità partenopea, si innamorò ben presto di Maria Gravina Cruylas di Ramacca, principessa siciliana, moglie del conte Guido Ferdinando Anguissola di San Damiano. Alta, elegante, corteggiata persino dal futuro re Vittorio Emanuele III, Maria incarnava esattamente l’ideale estetico dannunziano, tanto da ispirare a tratti la figura di Giuliana, protagonista del suo secondo meraviglioso romanzo, “L’innocente” (di cui consiglio la visione della trasposizione cinematografica capolavoro di Luchino Visconti). La passione irrefrenabile che li legava resistette persino alla denuncia del marito di lei che costò al poeta una condanna a cinque mesi di reclusione (sentenza poi sospesa grazie ad un’amnistia regia). La donna era incinta e rinunciò alla sua vita agiata per trasferirsi dal suo magnetico Gabriele, talmente indebitato da ritrovarsi spesso costretto a digiunare, immerso in quella che lui stesso avrebbe successivamente definito una “splendida miseria”. Nel 1893, in questa condizione di assoluta precarietà, a Resina (odierna Ercolano) nacque la piccola Eva Adriana Renata, per tutti semplicemente Renata o “Cicciuzza”. Il Vate era emozionato per la nascita della sua prima figlia femmina, ma i rapporti con la madre gelosissima cominciavano già a scricchiolare, tanto da rifiutare di riconoscere un secondo nascituro l’anno seguente.

L’infanzia della povera bambina fu segnata dal vuoto incolmabile di un padre assente e menefreghista, al quale già all’età di sei anni scriveva tenere lettere colme di supplichevoli richieste d’affetto: “Papaletto mio caro, da ieri che ho ricevuto la lettera tua, la porto sempre con me e non mi par vero che tu ti ricordi della tua Cicciuzza”. Il rapporto rimase quasi esclusivamente epistolare fino all’avvento della Prima Guerra Mondiale quando la dolce Renata, cresciuta nel mito del celebre padre “superuomo”, accorse senza indugio alla “Casetta rossa” di Venezia (dimora del poeta fino al 1918) per assisterlo nel momento più buio della sua vita. Nel corso di una missione a Trieste infatti, il 16 gennaio 1916, a causa di un ammaraggio improvviso dell’idrovolante su cui si trovava, d’Annunzio aveva sbattuto la testa contro una mitragliatrice perdendo per sempre la vista dall’occhio destro. Per il timore che potesse perdere anche il sinistro, venne costretto dai medici a un traumatico periodo di convalescenza, bendato e recluso in una stanza buia nell’assoluta immobilità. Ad accudirlo amorevolmente c’era proprio la devota figlia Renata, la stessa che preparò per lui i famosi 2500 cartigli, piccole strisce di carta su cui il Vate compose ad occhi chiusi il “Notturno”, la sua opera più intima e riflessiva, un vero e proprio “commentario delle tenebre” come lui stesso lo definì, una sorta di diario di visioni, incubi e ricordi sparsi dall’infanzia fino alle ultime imprese belliche, un’esplorazione interiore profonda e dolorosa in cui la retorica civile dell’esaltazione si attenua per lasciare spazio a soluzioni espressive più incisive e moderne. Questo periodo, forse l’unico, di vera vicinanza e gratitudine all’amorevole figlia, si ritrova sublimato all’interno della stessa opera dove Renata diventa la “Sirenetta”, simbolo di conforto e di luce nel buio della cecità, presenza salvifica capace di placare l’inquietudine dell’artista smarrito e di guidarlo con la sua voce e la sua dedizione attraverso le tenebre della sofferenza e della memoria: “La Sirenetta ha una voce che lenisce, che sopisce. Quando parla, il mio cuore si placa, il mio polso si rallenta”.

L’idillio familiare di quegli anni è destinato tuttavia a restare solo un ricordo perché i rapporti fra i due iniziano a raffreddarsi già dal 1921, quando il Vate si stabilì sul lago di Garda, nella villa che diventerà il Vittoriale degli Italiani, complesso monumentale ove trascorse gli ultimi anni della sua vita fino alla morte sopraggiunta per emorragia cerebrale nel 1938. A scatenare l’irreversibile allontanamento fu il rapporto conflittuale fra Renata e la pianista Luisa Baccara, ultima compagna dello scrittore (seppur coetanea della figlia!) conosciuta proprio durante il soggiorno veneziano. L’episodio culminante di questa antipatia, mai troppo celata, che portò alla rottura definitiva tra la Sirenetta e il padre, avvenne il 13 agosto 1922, quando quest’ultimo cadde misteriosamente da un balcone della sua residenza facendo un volo di quattro metri che gli procurò una grave commozione cerebrale e uno stato comatoso per alcuni giorni. Molto probabilmente l’inguaribile latin lover ebbe un alterco con la Baccara dopo un’avance spregiudicata nei confronti della sorella Jolanda, ma nonostante il tentativo dello stesso protagonista di negare la verità con allusioni a un poco credibile attentato, Renata accusò pubblicamente la musicista di tentato omicidio e per tutta risposta venne cacciata dal Vittoriale dal genitore stesso.

(Luisa Baccara)
Negli ultimi dieci anni non restò quasi nulla del rapporto tra padre e figlia. D’Annunzio accusò a più riprese l’ormai ex prediletta di bussare alla sua porta solo per chiedere denari, arrivando persino a ignorare le sue ultime lettere accorate: “Ormai tutto il tuo affetto per me è morto”.
Un epilogo senza dubbio molto triste, che restituisce l’immagine di un legame consumato non tanto dall’assenza di affetto originario, quanto dall’incapacità, col passare del tempo, di riconoscersi e comprendersi reciprocamente. Da un lato un padre ingombrante, assorbito dal proprio mito e sempre più diffidente, dall’altro una figlia rimasta a lungo nell’ombra, in cerca di attenzioni e di un riconoscimento che non arrivò mai davvero, se non nel suo romanzo inedito “Una donna”, donato di recente dagli eredi alla Fondazione del Vittoriale. Qui infatti la protagonista della storia, ambientata proprio a Venezia, giunge in extremis al capezzale del genitore morente che le posa una mano sulla testa, come gesto di tenero perdono o di orgogliosa approvazione, la stessa che Renata rincorse vanamente tutta la vita per poi cercare di elaborarla, o forse idealmente realizzarla, in quello che fu probabilmente l’unico vero punto di contatto con quel padre irraggiungibile: la letteratura.

Renata d’Annunzio morì a Roma l’11 novembre 1976, ma l’anno successivo la salma venne traslata nei giardini del Vittoriale (dove riposa anche l’amato-odiato genitore) e sulla sua tomba è ancora oggi possibile leggere i paterni versi del Notturno che l’hanno resa immortale:”La sirenetta appare sulla soglia porta un mazzo di rose, è un angelo che si distacca da una cantoria fiorentina, quando parla il mio cuore si placa“.

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