L’eliminazione della Nazionale contro la Bosnia ha condannato gli italiani all’ennesimo Mondiale di calcio da spettatori, il terzo dopo le débacle con Svezia e Macedonia del Nord. Si parla tanto di rifondazione, di aria nuova, mentre è in piena corsa la volata per il nuovo presidente della Federcalcio che si deciderà con il voto del 22 giugno.
Nelle candidature per la successione a Gabriele Gravina è favorito l’ex numero 1 del Coni Giovanni Malagò (67 anni), che ha già l’avallo di 18 squadre della Serie A, ma la votazione risulta quanto mai complessa e allargata e vi è da considerare la componente della Lega Dilettanti (vale il 34% dei voti) presieduta da Giancarlo Abete (76 anni) e di Assoallenatori.
Una realtà a cui piacerebbe l’alternativa di un ex grande nome del calcio giocato come Baggio, Albertini, Del Piero, Maldini…
Per le candidatura c’è tempo fino al 13 maggio.

Tutto questo dopo le dimissioni dell’ex presidente Gravina e del tecnico Gennaro Gattuso, oltre al capo delegazione Gigi Buffon, tra polemiche accentuate dal confronto sul nuovo vertice della Federcalcio. Un contesto in cui tanti sono pronti a criticare invocando rifondazioni e repulisti, ma con poche proposte concrete.
In Nazionale ci sarà la novità del “traghettatore” Silvio Baldini (allenatore degli azzurri Under 21).
“Un uomo schietto e con chiare idee che preferisce far parlare i fatti”, è il commento di Alessandro Palagi, del CGC (Centro Giovani calciatori) di Viareggio, consegnando al nuovo tecnico un riconoscimento in memoria di Gaetano Scirea. Questo in occasione della 76esima edizione Viareggio Cup (vinta qualche settimana fa dalla Fiorentina, che in finale ha battuto il Rijeka), vetrina seguitissima (soprattutto un tempo) in cui si confrontano le giovani promesse del calcio europeo.
Torneo a cui ricordo partecipò mio papà Antonio, come arbitro.
Ma torniamo ai temi critici dietro l’ennesima eliminazione.
Troppe partite, giocatori sopravvalutati, stadi inadeguati .
Una realtà dove trionfa il business in cui si pensa a far giocare le finali a Dubai, inventandosi anche un possibile Milan-Como in Australia. Troppe partite e troppi debiti, perdita di competitività, giocatori sopravvalutati che, a volte, arrivano a far sopravanzare l’interesse dei club per quello della nostra nazionale, che perde così quella magia, quel sogno come obiettivo di ogni calciatore.
Un calendario carico di partite a getto continuo. Un circo che non si ferma mai, tra tornei estivi, coppe e tournée in giro per il mondo, accompagnate da un calciomercato infinito. Un contesto in cui il fatto commerciale viene prima di tutto.
Il calcio è sudore, passione, storia, appartenenza e per questo ci commuoviamo di fronte a veri eroi del passato (Riva, Mazzone…) rispetto ai troppi affaristi di un palazzo che a volte fa quasi rimpiangere i mediatori furbetti e farlocchi dei i tempi di Oronzo Canà (il mitico “Allenatore nel Pallone”).

Il business cancella tutto molto in fretta. Intanto, negli anni, troppe squadre sono sparite (Lanerossi Vicenza, Reggina, Brescia…che tentato di risalire, ma l’elenco è lunghissimo), perché non reggono un calcio in cui dominano le solite ricchissima indebitatissime.
Certo è un calcio dove oramai tra gli undici che scendono in campo sono quasi tutti stranieri (con presenze record in Italia), ma questo vale anche per la concorrenza estera europea.
Un calcio in cui i miracoli come quello del Chievo (fatti sparire per modesti debiti con l’Erario, mentre altri club sono stati salvati da voragini finanziare) sono sempre più rari, mentre la qualità media di molte squadre straniere (vedi il norvegese Bodo e diverse nazionali) è indubbiamente cresciuta, a differenza di quanto si registra nella nostra realtà – non a caso per 12 anni fuori dai Mondiali – che continua a far fatica nelle coppe internazionali.
Un calcio in cui domina il pressing sulla spettacolo e sulla fantasia, con troppi minuti che si perdono per continui pseudo-incidenti in cui i giocatori ruzzolano, imprecano e urlano, toccandosi la testa anche se il colpetto ricevuto è alla caviglia, per poi riprendere subito a sgambettare. Simulatori all’ennesima potenza.
Anche tra i tifosi, tra tante belle persone, persistono quei fenomeni che fanno si che ogni partita debba esser presidiata da centinaia di forze dell’ordine, proprio come se ci fosse una guerra…
La Nazionale vive se coinvolge, se ha fascino, ma da tempo pare aver perso quello smalto che ha fatto gioire e sognare più volte un’intera una nazione. Una nazione che un tempo vantava 60 milioni di commissari tecnici….
Ora paiono già sopite le critiche sulla nostra Nazionale, in parte assorbite dagli sviluppi del campionato nella sua fase finale. Certo, una Nazionale che non coinvolge come un tempo.
Ai disastri del calcio si affrancano le straordinarie vittorie italiane in tanti altri sport, anche paraolimpici, di campioni che quasi sempre ritornano in fretta degli emeriti sconosciuti. “Sono sport dilettantistici”, era stato il poco felice commento dell’ex della presidente FIGC Gravina, che poi ha precisato di non voler sminuire nessuno.
Resta il cuore e l’impegno di gente che in ogni caso ci ha messo impegno e passione come Rino Gattuso, che ha pianto e chiesto scusa, ribadendo l’impegno dei suoi ragazzi.
In realtà la prestazione degli azzurri contro la Bosnia (poco più di tre milioni di abitanti) non è stata per niente esaltante e anche Gattuso non è estraneo a qualche errore contro una squadra di levatura modesta, ma carica di grinta.

(Rino Gattuso)
Le consuete frasi “serve una riflessione”, espresse dal dimissionario Gravina (presidente Federcalcio dal 2018), come dicono i politici dopo una sconfitta, fanno parte di un rituale che non porta da nessuna parte, come quegli slogan generici che auspicano una “rifondazione totale” e un repulisti nel nostro calcio, spesso privo di una seria analisi.
La crisi degli azzurri non poteva non finire anche sui banchi della Camera, con l’eurodeputato Vannacci che ha dato la colpa all’immigrazione che distrugge il calcio (non quello spagnolo o anglosassone, però…).
Per l’ex coach della nazionale di pallavolo Mauro Berruto (Pd) non ci sarebbe stato bisogno di chiedere le dimissioni di Gravina, che dovrebbero essere un atto di dignità istituzionale.
“Contiamo davvero poco”, ha afferma Matteo Renzi, ricordando come il pallone non sia solo divertimento, ma un pezzo di cultura e di identità, colpito da una classe dirigente caratterizzata da raccomandazioni e amichettismo.
Punta il dito contro le supercoppe in Arabia Saudita, auspicando un campionato limitato a 16 squadre, il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis, proponendo Giovanni Malagò come l’uomo giusto per il rilancio della nostra nazionale e del nostro calcio, che conta 28 milioni di tifosi.

Ed è proprio di queste ore il pieno rilancio della candidatura di Malagò come presidente della Federcalcio, “per ritrovare quella strada maestra per migliorare il nostro calcio per quel patrimonio sociale che è la nostra nazionale”, è quanto espresso dal presidente dell’Inter Beppe Marotta.
Su questa posizione vi sono le critiche di Fratelli d’Italia, che parlano della necessità di una nuova governance, di riforme ma, come al solito, si ha la sensazione che si parli di cambiare tutto per non cambiare niente.
La Lega Serie A per Malagò, ma peserà la componente calcio dilettante
Per la possibile investitura di Malagò, o di un altro candidato, bisognerà attendere il voto del 22 giugno dei delegati della serie A, B, Lega Pro (esprimono insieme il 36% dei voti), della Lega nazionale dilettanti (34%), dell’Associazione calciatori (20%) e Assoallenatori (10%).
Un quadro complesso e per nulla affiatato che potrebbe rimettere in discussione l’avallo che la Lega Serie A (Inter, Napoli, Milan Juventus, Como, Roma, Bologna, Fiorentina Atalanta , Genoa, Lecce , Cremonese , Cagliari e Udinese), ha dato alla scelta di Malagò.
La Lazio di Lotito e il Verona (di proprietà americana) non condividono un percorso in cui prevalgono i nomi sui programmi, come espresso anche dal presidente della Lega dilettanti Giancarlo Abete che ha un peso non indifferente con il suo già citato 34% dei voti.
Anche Sassuolo, Pisa e Parma hanno poi sottoscritto la candidatura, come il Torino di Urbano Cairo, che ha dichiarato come Malagò sia una persona capace che ha fatto bene al Coni e su cui si può puntare.
Per Claudio Lotito, presidente della Lazio, va invece ridisegnato tutto in una struttura che non funziona, chiedendo la nomina di un commissario (senza ricorrere questa volta ai suoi ormai classici termini latini).

Tonando all’eliminazione dell’Italia, le forti critiche per Bastoni e Di Marco protagonisti negativi in campo e fuori non cancellano che, in ogni caso, la Bosnia di Dzeko non ha rubato nulla.
C’è chi ritiene che questa eliminazione ci abbia evitato una brutta figura, ma molti ricordano come l’Italia brutta e criticata di alcuni Mondiali, andando avanti, abbia poi espresso cose grandi che oggi proprio non si percepiscono.
Uno sguardo a come il Genoa di De Rossi sia riuscito ad esaltare i suoi giovani e il suo gioco, senza acquisti altisonanti, e a quanto espresso dal giovane Antonio Vergara nel Napoli, ma solo grazie agli infortuni dei primi della classe, dovrebbe far riflettere su una Nazionale che continua a deludere i cuori dei tifosi che vorrebbero festeggiarla in tante vittorie.
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