Lunedì 17 novembre, all’età di 89 anni, Alice ed Ellen, per tutti le gemelle Kessler, hanno deciso di andarsene esattamente come hanno trascorso la loro vita, libere. Da sempre inseparabili hanno voluto morire nello stesso momento, scegliendo da tempo la data per uscire di scena tramite suicidio assistito. La vicenda ha riportato al centro del dibattito pubblico un tema che in Italia continuiamo a rimandare da anni, ostaggio di pressioni e credenze ideologiche prive di alcun fondamento legale e scientifico. Anche stavolta varie associazioni ultracattoliche si sono sentite in diritto di pontificare sulla scelta delle due showgirl, di giudicare, stigmatizzare e chi, come l’ex senatore Pillon, è arrivato addirittura a definirle “vergognose”, come se il dolore, la libertà e la dignità delle persone fossero proprietà privata di chi pretende, per altro senza alcun titolo, di parlare “a nome di Dio”.

Eppure i dati sono inequivocabili: secondo un recente sondaggio commissionato dall’Associazione Luca Coscioni allo storico istituto di ricerca SWG, l’84% della popolazione italiana è favorevole a una forma legale di eutanasia. Una cifra che racconta un Paese molto più maturo, consapevole e rispettoso della libertà individuale di quanto vogliano far credere predicatori Pro vita e fanatici vari. Inoltre è opportuno ricordare che l’Italia è, per Costituzione, uno Stato laico: questo significa che la libertà religiosa è garantita, ma non può trasformarsi in un’imposizione morale sull’intera collettività. L’etica pubblica non può e non deve coincidere con il catechismo di una minoranza organizzata.

In Europa ci sono già tanti Paesi che hanno regolamentato il fine vita in modo serio, rigoroso e rispettoso della persona: la Spagna, l’Olanda, il Belgio, il Lussemburgo e la Svizzera hanno introdotto da tempo normative che consentono ai cittadini di scegliere come affrontare l’ultimo tratto della loro esistenza evitando sofferenze inutili e restituendo centralità alla dignità individuale. Non sono nazioni “incivili” o “senza valori” come qualcuno ama suggerire, ma democrazie mature che hanno riconosciuto il diritto all’autodeterminazione quale fondamento della libertà.
Finalmente in questo 2025 si è mosso qualcosa anche in Italia: Toscana e Sardegna, entrambe guidate dalla sinistra, hanno approvato in solitaria una legge che regolamenta l’accesso al suicidio medicalmente assistito. Legge tuttora in vigore seppur a rischio, dato che è stata subito impugnata dal governo Meloni e portata al vaglio della Corte Costituzionale, la quale sarà tenuta a decidere, ancora una volta, se in Italia i diritti devono avanzare o rimanere ostaggio delle pressioni ideologiche di pochi bigotti oscurantisti che  continuano a pretendere di poter sentenziare sul corpo degli altri, sul modo in cui dobbiamo nascere, su chi possiamo amare e perfino su come dobbiamo morire. È un atteggiamento paternalista e anacronistico che ignora un principio elementare: la vita appartiene a chi la vive, non alla dottrina di un movimento, non alla presunzione di uno Stato e neppure a un’idea astratta di “volontà divina”. Ogni essere umano deve avere diritto all’autodeterminazione fino alla fine. A scegliere cure, a rifiutarle, a non prolungare sofferenze inutili, a dire basta quando la vita smette di essere vita e diventa un’agonia che nessuna legge dovrebbe imporre di sopportare. In un Paese civile, il compito dello Stato non è dettare morale, ma garantire libertà: garantire che chi vuole continuare a combattere possa farlo con tutte le cure possibili; e che chi non ce la fa più non sia costretto a espatriare o a morire nell’ombra, nella clandestinità dell’indifferenza lontano dai propri affetti.

La scelta delle gemelle Kessler è stata una scelta personale, sofferta, e come tale merita rispetto. Non applausi, non condanne, solo doveroso silenzio. È questo che distingue una società libera da una società prigioniera dei dogmi: il riconoscimento che la dignità individuale non è negoziabile e che la libertà di decidere del proprio corpo è l’ultimo baluardo della nostra umanità. Quando smetteremo di aver paura di ridicole credenze, quando capiremo davvero che non appartiene a Dio, né tantomeno allo Stato, stabilire come debba concludersi la vita di una persona, allora potremo dirci un Paese civile. Perché la vita appartiene solo a chi la vive. Sempre. Fino all’ultimo respiro.

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