La sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea sul riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso è molto più di una decisione giuridica: è l’ennesimo, clamoroso schiaffo di civiltà e progresso inflitto dall’Europa alle destre del continente, inclusa quella italiana guidata da Giorgia Meloni, che ancora una volta si ritrova isolata, impantanata in battaglie ideologiche che nulla hanno a che fare con la tutela dei diritti.
La Corte ha stabilito che “uno Stato membro ha l’obbligo di riconoscere un matrimonio tra due cittadini dell’Unione dello stesso sesso legalmente contratto in un altro Stato membro”. Un principio limpido, che ribadisce ciò che le istituzioni europee difendono da sempre: la libertà di circolazione, la dignità delle persone e il diritto di vivere la propria vita familiare senza essere cancellati da leggi nazionali costruite per compiacere un elettorato reazionario.
La vicenda ha origine dalla sentenza di un giudice polacco chiamato a decidere sul destino di una coppia di uomini che si era sposata a Berlino nel 2018, quando il matrimonio egualitario era già pienamente riconosciuto in Germania. Tornati in Polonia, i due hanno chiesto la trascrizione dell’atto civile, scontrandosi però con il rifiuto dello Stato: “il nostro ordinamento non ammette il matrimonio tra persone dello stesso sesso”.
Una posizione che non sorprende: la Polonia è da anni uno dei simboli del conservatorismo più ostile ai diritti LGBT. Ma la Corte europea ha demolito quest’impostazione alla radice, ricordando che gli Stati membri possono sì decidere autonomamente sulla disciplina del matrimonio, ma non possono violare il diritto dell’Unione quando questo tutela libertà fondamentali.
I giudici di Lussemburgo hanno richiamato principi chiari: i cittadini europei hanno il diritto di muoversi e risiedere in qualunque Paese membro e di farlo come famiglia. Il mancato riconoscimento delle nozze gay comporta “serissimi inconvenienti professionali, amministrativi e privati”, obbligando due persone sposate a vivere come se non lo fossero solo perché attraversano un confine. La Corte ha definito questo rifiuto contrario al diritto europeo, lesivo della libertà di circolazione e del diritto al rispetto della vita familiare. E ha anche smontato la scusa-feticcio della destra: nessuna identità nazionale è minacciata dal semplice atto di riconoscere un matrimonio contratto altrove. Nessuno Stato viene obbligato a introdurre il matrimonio egualitario nel proprio ordinamento, ma non può far finta che quel matrimonio non esista.
La sentenza riguarda in particolare il caso polacco, ma il principio è valido per tutti. Per questo tocca da vicino anche l’Italia, dove il governo Meloni si ostina a usare la comunità LGBT come bersaglio polemico e come diversivo comunicativo ogni volta che serve distrarre il Paese da problemi ben più concreti. Roma non potrà ignorare il pronunciamento europeo: i matrimoni same-sex contratti all’estero andranno riconosciuti. L’Italia, non avendo ancora equiparato le unioni civili al matrimonio, potrebbe trascriverli come unioni civili. Una soluzione tecnica che non cambia la sostanza: la narrativa identitaria e anti-LGBT delle destre europee subisce un ulteriore colpo, perché l’Europa continua a pretendere diritti mentre i governi sovranisti continuano a negare dignità. La differenza con la Polonia è che Varsavia è obbligata alla trascrizione letterale, essendo quello l’unico strumento di riconoscimento. Ma il principio politico rimane lo stesso: chi governa usando discriminazione e paura come strumenti di propaganda continua a essere smentito da un’Europa che sceglie il progresso.
Questa sentenza non introduce il matrimonio egualitario in tutta l’Unione, ma rappresenta l’ennesima dimostrazione di quale sia la direzione della storia e di quanto siano arretrate le posizioni del governo italiano e delle destre che lo sostengono.
In un’epoca in cui l’odio viene usato per distrarre, dividere e consolidare consenso, l’Europa ricorda che i diritti non sono un capriccio ideologico, ma la condizione minima per poter parlare di democrazia.
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