Scolpire, oggi, significa accettare una scommessa contro l’immateriale. Mentre gran parte dell’arte contemporanea si è progressivamente smaterializzata nel flusso dei dati e delle simulazioni digitali, la scultura costringe ancora a confrontarsi con il peso e l’attrito della materia fisica. Questa urgenza non nasce per caso, avviene quando le nuove tecnologie e i mutamenti sociali superano le categorie tradizionali di identità, memoria e permanenza.
La nostra epoca sta attraversando precisamente uno di questi momenti di rottura. L’avvento dell’intelligenza artificiale, la digitalizzazione dell’esperienza umana e l’accelerazione delle ricerche sulla longevità biologica stanno producendo una trasformazione radicale della figura umana, una mutazione ontologica che cambia il modo in cui pensiamo il corpo, il tempo e la morte.
In questo scenario la scultura occupa una posizione singolare. La forma plastica si fa carne e codice, diventando la soglia necessaria su cui ridisegnare l’immagine di un essere umano scoperto, all’improvviso, problematico.
A Venezia, in occasione della 61ª Biennale d’Arte, un’opera di questo ciclo è esposta fuori concorso nelle sale di Palazzo Donà dalle Rose, spazio storico che ospita il Padiglione della Guinea Equatoriale.
L’appuntamento internazionale, promosso dall’Istituto Internazionale di Neurobioetica in collaborazione con Brain Circle Italia e sotto il patrocinio della Pontificia Accademia per la Vita, ha individuato nel lavoro di AXIS l’emblema visivo del confronto serrato tra arte, tempo, identità e durata biologica dell’uomo.
Nelle forme di AXIS, la memoria della grande tradizione scultorea, la spinta dell’innovazione tecnologica e l’urgenza di una riflessione sul tempo umano si fondono in un unico respiro. Il lavoro rifiuta sia il pacifico compromesso artigianale sia la sterile contrapposizione tra mano e software. Si avverte un’intesa sotterranea tra il passato e il calcolo, in cui le dita dell’artista dialogano costantemente con le geometrie invisibili del codice, traducendo i materiali storici attraverso l’utilizzo dei processi computazionali.
Le figure della serie “LONGEVITY” sembrano abitare una temporalità indefinita, sospese tra un passato che non le trattiene più e un futuro che non le ha ancora colte. Incarnano quella che Giorgio Agamben definisce contemporaneità autentica: la capacità di vivere il proprio tempo mantenendo da esso una distanza critica. Le opere di AXIS sono esattamente questo, profondamente calate nel presente eppure estranee ad esso. La loro forza deriva da tale ambiguità.
La storia della scultura è stata costruita attorno a un’ossessione costante, quella per l’eternità. Dall’Egitto faraonico fino al Neoclassicismo, essa ha cercato di produrre forme capaci di sopravvivere al deterioramento biologico, usando il marmo e il bronzo come dispositivi di permanenza per strappare il corpo all’inevitabilità della morte. Le opere di Fidia, di Michelangelo e di Canova celebravano la possibilità che una forma potesse sopravvivere al tempo.
Oggi questa idea di immortalità subisce una trasformazione radicale, smettendo di essere immaginata come conservazione statica per diventare persistenza dinamica. L’identità contemporanea si distribuisce, si frammenta e si sedimenta tra dati e algoritmi che continuano a produrre effetti dopo la scomparsa fisica dei soggetti. Le figure di AXIS intercettano precisamente questo passaggio storico. Non rappresentano corpi eterni, ma corpi processuali; corpi che non esistono come entità concluse ma come sistemi in continua ridefinizione.
Ciò che colpisce immediatamente nelle opere è il conflitto tra due regimi temporali differenti. La testa, liscia, silenziosa e quasi assoluta, si impone come custode di quella calma geometrica che appartiene alla storia della rappresentazione classica. I volti, scolpiti nel marmo, possiedono una qualità sospesa, la perfezione geometrica delle immagini antiche e l’apparente sospensione temporale delle figure rinascimentali. Gli occhi chiusi sottraggono la figura alla dimensione narrativa e la conducono verso uno stato di profonda interiorità, dove le sembianze sembrano quasi ascoltare il tempo. Sotto quelle teste silenziose, il collo si allunga oltre ogni proporzione naturale, mutando in una struttura verticale costruita da una successione di strati che evocano modellazione e processi computazionali. Il collo smette di essere un semplice raccordo anatomico e si trasforma in una cerniera temporale, una colonna verticale che distanzia la purezza classica della testa dalla stratificazione computazionale del torso.
Se il marmo evoca la permanenza ideale, il bronzo racconta il processo informatico. L’opera nasce proprio dallo strappo tra queste due condizioni: la testa appartiene all’eternità della rappresentazione, il corpo appartiene alla storia dell’informazione.
Questo passaggio si riflette intimamente nella relazione tra l’azione generativa e il risultato finale. Laddove le immagini dell’atelier documentano la durezza e l’attrito del lavoro scultoreo, fatto di polvere, utensili e sforzo fisico, le opere concluse restituiscono invece una quiete quasi metafisica, come se il gesto muscolare fosse stato completamente assorbito e decantato dalla forma. Si ritrova così il principio più antico della scultura, secondo cui la forma non viene aggiunta al blocco ma liberata da esso.
La materia si trasforma in un archivio vivente, ridefinendo il concetto stesso di longevità, non la semplice durata biologica dell’esistenza, ma la persistenza dell’identità e la capacità dell’essere umano di lasciare tracce stabili, sopravvivendo alle proprie mutazioni. Questa operazione trova la sua chiave di lettura nel Manifesto Cyborg di Donna Haraway, in cui le identità contemporanee smettono di essere comprese attraverso opposizioni rigide come naturale e artificiale, biologico e tecnologico.
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Le sculture di AXIS incarnano una versione inattesa di questa condizione, mostrando la progressiva trasformazione della materia in informazione. L’opera non appare semplicemente scolpita, bensì calcolata. La mano dell’artista negozia il proprio spazio con il software e il linguaggio algoritmico, trasformando la disciplina nel punto di incontro tra differenti forme di intelligenza. La tecnologia non viene utilizzata come effetto estetico, ma diventa struttura concettuale in cui le opere non parlano della tecnologia ma pensano attraverso di essa, analizzando le conseguenze antropologiche del futuro sul presente.
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