di Igor Boni
Presidente di Europa Radicale 

Il progetto di legge sulla caccia che è stato approvato dal Senato e approda alla Camera dei Deputati è fuori dal tempo e dalla logica.
È un classico testo figlio di una lobby tanto ristretta in termini numerici quanto potente e trasversale. Si sbaglierebbe su questo tema a dividere il Parlamento e la società italiana tra destra e sinistra, perché storicamente la caccia ha avuto sostenitori forti e potenti come detrattori sia a destra, sia a sinistra, sia al centro.
La stretta regolamentazione della caccia, in particolare con la proposta di abolire l’articolo 842 del Codice Civile che consente a chi ha un fucile di entrare liberamente in fondi privati a svolgere attività venatoria, è una storica battaglia ambientalista di Verdi e Radicali.
Nel 1990 si votarono due quesiti referendari che riguardavano restrizioni sulla caccia e il divieto ai cacciatori di entrare liberamente nei fondi privati. Insieme ai due referendum sulla caccia ve n’era uno che limitava l’utilizzo dei pesticidi in agricoltura. Fu quella la prima tornata referendaria a non raggiungere il quorum dei votanti del 50%, malgrado la valanga di SI.
Analogo referendum proposto dai Radicali si svolse nel 1997 e anche in quel caso il quorum fu ampiamente mancato e la maggioranza di SI buttata al macero.Il tentativo di riforma per via referendaria fu tentato già in precedenza, nel 1978 e nel 1987, dal Partito Radicale: vennero raccolte le oltre 500.000 firme necessarie, ma la Corte Costituzionale bocciò i quesiti.Va ricordato che su questo tema vi furono anche numerose iniziative a livello regionale per limitare la caccia; in particolare ci tengo a ricordare che in Piemonte, nel lontano 1987, Radicali e ambientalisti raccolsero le firme per un referendum abrogativo regionale che illegalmente non fu mai posto al voto dei cittadini. Una delle tante violazioni della legge da parte delle stesse Istituzioni.

Oggi in Parlamento si sta percorrendo un tentativo opposto, che mira a liberare ancor di più l’attività venatoria da regole e limiti.
L’attuale proposta, portata avanti dalla maggioranza, si scontra tuttavia con le direttive europee, in particolare con la “Direttiva Habitat” e con la “Direttiva uccelli”.
La proposta di modifica più problematica riguarda, infatti, la possibilità di allungamento dei calendari venatori delegata alle Regioni. È proprio qui, a livello regionale, che le lobby dei cacciatori possono spingere la politica clientelare ad allargare i periodi di attività venatoria, con il rischio concreto di andare a uccidere avifauna durante i periodi di riproduzione, migrazione e ripopolamento, in violazione delle regole europee.Da respingere senza alcun dubbio, in questo senso, è la parte della legge che relega ai margini il ruolo e il parere dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) sui calendari regionali, parere che non sarebbe più vincolante, ma facilmente aggirabile dalle Regioni.
La celebre vignetta di Vauro.
La celebre vignetta di Vauro.
Per la caccia agli ungulati si introduce la possibilità di caccia in notturna con visori ottici termici e digitali e la liberalizzazione della braccata al cinghiale sulla neve.
Le rotte migratorie potranno divenire oggetto di caccia e servirà una successiva individuazione con decreto interministeriale specifico dei valichi non accessibili ai cacciatori; si aprono le porte ai cacciatori sul demanio forestale, precedentemente vietato a chi vuole esercitare attività venatoria.
E ancora: le aziende faunistico-venatorie che attualmente operano per legge “senza finalità di lucro” si trasformano in imprese con scopo di lucro.
Si potrebbe andare avanti a elencare le evidenti nefandezze di questa proposta ma la cosa più grave è l’impalcatura di questo testo.

In termini più generali è l’impostazione filosofica della legge che stride e che impone una mobilitazione: La legge 157/1992 oggi in vigore tutela la fauna, questa proposta in discussione punta alla “gestione” della fauna tramite la pratica della caccia, che viene riconosciuta per legge come tradizione nazionale ed espressione culturale e come strumento che concorre attivamente alla tutela ambientale.
La caccia in questo modo diviene necessaria e si trasforma in uno strumento di gestione dell’equilibrio ecosistemico: roba da matti!

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