Ieri alla Zanzara su radio24 ho avuto il (dis)piacere di incontrare Loris Bazzo e Alessandro Basso, i due sindaci friulani di Lega e Fratelli d’Italia di cui tutti stanno parlando in questi giorni per l’annuncio della loro unione civile prevista a giugno. Poiché a molti è sfuggito il senso delle mie accuse e del mio fervore in quanto attivista lgbt+, ho deciso di scrivere il seguente articolo con l’intento di spiegare perché non è giusto celebrare questa vicenda come una conquista o addirittura come la prova di una presunta apertura della destra sui diritti civili.

Perché qui non è in discussione la libertà di due persone di amarsi e di unirsi civilmente, libertà che nessuno dovrebbe mai mettere in dubbio, ma la contraddizione politica e morale di chi beneficia di diritti conquistati grazie alle battaglie di altri, mentre continua a sostenere e legittimare quelle stesse forze politiche che quei diritti li hanno combattuti e che ancora oggi lavorano per limitarli o svuotarli. I due ospiti infatti sono la rappresentazione vivente dell’iprocrisia e dell’incoerenza dei politici della destra di oggi che conducono crociate ideologiche e populiste per mera propaganda, pur essendo i primi a smentirle nei fatti quando queste toccano la loro convenienza personale. Un po’ come la favoletta della famiglia tradizionale tanto sbandierata a Palazzo Chigi, ma che nella realtà nessuno ha mai realizzato, basti pensare alle disastrose vicende private di Meloni e Salvini! 

I due signori in questione, presto sposi grazie alla legge Cirinnà, militano da anni nei due partiti di estrema destra, Lega e Fdi, che hanno fatto di tutto per ostacolarla, non solo durante la votazione in parlamento nel 2016 ma anche dopo, tramite manifestazioni e raccolta firme per abolirla. Senza il coraggio dell’allora segretario Pd Matteo Renzi e dei partiti di sinistra, costoro sarebbero rimasti per sempre due estranei di fronte alla legge, non potrebbero assistersi in ospedale, non potrebbero chiedere il congedo straordinario dal lavoro in caso di malattia, la reversibilità in caso di morte e soprattutto non potrebbero dirsi famiglia.

Eppure questa coppia alquanto confusa continua a dichiarare in tutte le sedi che “La destra ha superato la sinistra sui diritti”, dimostrando tutta la proverbiale mancanza di onestà intellettuale di quella parte politica. Forse in Friuli sono soliti informarsi sui giornali austriaci e dunque colgo l’occasione per ricordare loro che il governo Meloni in soli tre anni di mandato ci ha trascinati fino al 36esimo posto (accanto all’Ungheria di Orban) nella Raimbow map di Ilga Europa, la classifica che valuta il livello di tutela dei diritti delle persone LGBTQIA+ nei 49 paesi europei basandosi su 75 criteri suddivisi in 7 aree tematiche: uguaglianza e non discriminazione, riconoscimento legale del genere, diritti familiari, crimini e discorsi d’odio, integrità corporea intersessuale, spazio civico e diritto di asilo. 

Che i loro partiti siano così “friendly” lo vadano a raccontare alla famiglia di Paolo e Beatrice, giovanissimi 14enni morti suicidi a Ragusa e Latina in questi mesi per colpa di un sistema eterocispatriarcale che ha permesso al bullismo di schiacciare le loro fragili esistenze. Lo vadano a raccontare all’influncer Joe de la Torre pestato a sangue solo qualche giorno fa perché gay e a tutte le migliaia di ragazz* italiani che, come lui, subiscono annualmente violenza per l’orientamento sessuale o l’identità di genere.

Quella dell’attuale maggioranza di Meloni è una vera e proprio persecuzione nei confronti della nostra comunità, altro che diritti! Hanno reso la GPA reato universale, hanno cancellato i certificati dei figli di famiglie arcobaleno privando addirittura minori di un genitore, hanno fatto la guerra alle carriere alias delle persone trans negli istituti scolastici e aperto istruttorie contro i corsi queer nelle università; poi c’è il ddl Valditara con cui hanno vietato l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, il ddl Schillaci-Roccella per colpire il percorso di transizione dei minori. E non scordiamoci che dai banchi dell’opposizione hanno affossato pure il ddl Zan! Se domani qualcuno insultasse, aggredisse o negasse una casa in quanto omosessuali, a chi si rivolgerebbero i due sindaci in un Paese come il nostro che ancora non prevede un’aggravante specifica per i crimini d’odio basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere? Con ogni probabilità a quelle associazioni che per anni hanno difeso i diritti delle persone LGBT+, le stesse che questo governo ha spesso delegittimato e a cui continua a sottrarre vergognosamente fondi e risorse. Realtà che, nonostante tutto, continuano a essere in prima linea nell’accoglienza e nella protezione dei discriminati, compresi coloro che hanno scelto di stare dalla parte di chi a contribuito a quelle stesse discriminazioni.

Come ho provato a spiegare ieri in trasmissione, questa sindrome tristemente diffusa in psicologia si chiama “assimilazionismo” e porta delle persone fragili, cosiddette “pick me”( quasi sempre accomunate dal bisogno spasmodico di essere accettate e di sentirsi “normali”), a barattare la solidarietà col proprio gruppo per ottenere approvazione da quello dominante, a cercare la compiacenza dell’oppressore con la speranza di accaparrarsi una briciola di privilegio e legittimazione. Sono soliti vendersi come eccezioni accettabili “io non sono come loro” e ad alimentare in primis stereotipi sui loro simili per marcare la differenza di comportamento e avvalorare le proprie tesi. La maggioranza a sua volta li utilizza per dimostrare che non è intollerante a prescindere (“ho amici gay, neri, mussulmani, ecc”), bensì disponibile a concedere una piccola parte di privilegio anche al diverso, purché quello sia disposto a ripudiare la propria natura o a viverla sommessamente. Peccato però che si tratta di un’accettazione sempre condizionata, sempre revocabile, valida solo finché si resta utili a confermare l’ordine esistente.

“La nostra è una scelta privata ma siamo per la famiglia tradizionale”, è tutto racchiuso in questa paradossale dichiarazione il cortocircuito di questi signori e di chi li difende: godere dei diritti conquistati da altri ma tifare per chi prova a smantellarli. È opportuno dunque ricordare che i diritti civili non sono un privilegio individuale da usare quando conviene, ma una conquista collettiva raggiunta dopo anni di lotte e sacrifici. Quelle stesse lotte che oggi qualcuno disprezza, ma grazie alle quali domani, chi ne avrà bisogno, potrà ancora dirsi libero.

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