La guerra scatenata da Trump, che incendia il Medio Oriente e non solo, apre grandi interrogativi sui futuri scenari geopolitici, oltre al dramma di un migliaio di morti.  Un risultato che pare poco cristiano per un presidente “in missione divina”, forse più vicino a quel “Dio degli eserciti” del Vecchio Testamento, che molti, anche in Italia, vedevano meritevole del Nobel per la Pace.

E’ una pioggia di bombe e missili, oltre 5000, quella sganciata da americani e israeliani sull’Iran. Bombardamenti che, in un video su un account della Casa Bianca, viene sorprendentemente accompagnati dal suono festoso della Macarena, come se si trattasse di un videogioco, anche se causa centinaia di vittime, tra le quali le 168 bambine di una scuola femminile. Un videogioco di morte che ha bruscamente interrotto trattative in corso, pare su forte pressione del governo israeliano.

Da sottolineare come nel biennio 2024-2025 si fosse registrata una significativa ripresa delle relazioni tra Teheran e gli Emirati del mondo sunnita, con un ruolo della Cina, che ha portato alla riapertura delle ambasciate e delle relazioni con l’Arabia Saudita. Un dialogo bruscamente interrotto dall’esplosione del conflitto che ha portato l’Iran a reagire con il lancio di missili e droni, in particolare verso Emirati Arabi Uniti e Qatar e colpendo l’ambasciata degli Stati Uniti a Riad.
Un’escalation militare che continua ad estendersi e che sta sollevando anche l’allarme terrorismo.

La reazione di Teheran è guidata dal secondogenito Mojtaba, 56 anni, che ha preso subito il posto della Guida Suprema Khamenei, scomparso nel primo attacco del 28 febbraio. Una figura molto legata ai Pasdaran, che ha ripreso i proclami del padre per una reazione che porti caos globale e instabilità nel resto del mondo. Da qui il lancio di missili e droni anche verso basi militari, porti e rappresentanze diplomatiche a Cipro, Turchia, Emirati, oltre – ovviamente – sull’odiato Israele.

Un’escalation che rappresenta una prima risposta a chi si domandava che succederà dopo la morte della Guida Suprema Khamenei. Questo accade in un paese giovane e diviso tra i tanti che, specie nelle grandi città, aspirano a un Iran libero dalla dittatura religiosa e chi resta fedele al regime degli ayatollah, entrambi animati da un fortissimo orgoglio nazionalistico.

Il conflitto si allarga e vede colpite anche navi petroliere, con droni che avrebbero toccato anche l’Azerbaijan, mentre le truppe di Israele tornano nel sud del Libano e l’Europa invia aiuti militari a Cipro.

Un quadro che resta carico di incognite per un’escalation militare che punta a coinvolgere e colpire altri stati.

Una linea del caos generalizzato di un Iran (92 milioni di abitanti su un territorio pari a cinque volte quello italiano) che si ritrova sempre più isolato e indebolito, come il suo regime, che tanti vogliono ridimensionare, ancora in grado di reagire e resistere. Un paese, fornitore di quei droni con i quali la Russia colpisce l’Ucraina, che, dopo la Siria, potrebbe sfuggire dall’orbita russa.

Per l’ambasciatore iraniano Mohammad Reza Sabouri gli americani “non sanno come giustificare attacchi che hanno tradito i negoziati per la seconda volta”, aggiungendo che i missili lanciati da Teheran non siano contro i paesi, ma contro le basi e gli interessi americani. Colpisce, ma certo non sorprende, l’allucinante commento del diplomatico sulla repressione di migliaia di giovani che protestano: “Erano mercenari pagati dall’estero, ma l’Iran non si arrenderà”.

Per Trump, invece, l’Iran rappresenta una minaccia colossale con cui si credeva possibile un accordo ma si sono tirati indietro: “Non si può negoziare in queste condizioni, abbiamo l’esercito più forte e prevarremo”.

Sul fronte americano pare, inoltre, evidente come la pioggia di fuoco scatenata dai mezzi a stelle e strisce sia anche legata ad evitare l’impantanamento in una lunga guerra di logoramento, come in Vietnam e  Afghanistan, sperando in una reazione della popolazione che, per quanto pronta a manifestare, è soggetta alla durissima repressione dei Pasdaran. C’è anche chi prevede un’imminente dichiarazione di vittoria Usa, dopo aver adeguatamente ridimensionato l’arsenale bellico, occupandosi del petrolio più che dei risvolti democratici.

 Reazioni europee moderate

La guerra preventiva portata avanti da Trump, oltre alla netta chiusura della Spagna e del resto d’Europa (con l’Italia alquanto silente, poco propensa ad agire con il resto dell’Europa), ha visto prevalere la reazione moderata di chi non intende essere complice di un attacco unilaterale.

Un’Europa che avrebbe preferito l’apertura di un serio negoziato in ambito Onu rispetto all’iniziativa bellica in corso, non trovando nella minaccia iraniana, paventata da Trump, una giustificazione alla sua “guerra preventiva”.

Un quadro che ha portato un alleato storico delle missioni militari americane come il Regno Unito vincolare l’uso delle sue basi per operazioni esclusivamente scopo difensivo. “Non ripeteremo l’errore fatto con l’invasione dell’Iraq nel 2003”, ha affermato il primo ministro Keir Starmer, che ha mandato un cacciatorpediniere ed elicotteri anti drone a Cipro, dopo l’attacco portato dagli hezbollah alla base militare della Raf (l’aviazione britannica) a Akrotiri.

Alle minacce americane per la netta chiusura del governo spagnolo, che ha sfidato Trump negando l’uso delle basi militari sul proprio territorio, Madrid ha ribadito il suo inequivocabile “No alla guerra”, smentendo le ipotesi di collaborazione di Madrid manifestate dal ministro degli Esteri della Casa Bianca, mentre anche la Francia sta intensificando la sua presenza militare nel Mediterraneo.

Trump-Sanchez: chi la spunterà?
Trump-Sanchez: chi la spunterà?

Anche la Svezia, che ha aderito alla Nato nel 2024 dopo due secoli di neutralità (per l’evolversi della guerra in Ucraina e i timori di attacco russo), ha assunto una posizione di sostegno “moderato” verso gli americani, che privilegia la protezione dei civili e il rispetto del diritto internazionale. Questo sottolineando come sia nell’interesse dell’Europa che il regime degli ayatollah, responsabile della morte di migliaia di propri concittadini, non possa detenere armi nucleari.

La forza della diplomazia messa da parte

L’ex ambasciatore italiano a Teheran Riccardo Sessa ha lamentato l’assenza della forza della diplomazia europea: “Hanno deciso di non far lavorare la diplomazia, che risulta messa da parte da qualche anno. Una diplomazia messa in mano a persone che non hanno idea di cosa sia la trattativa diplomatica”

Il riferimento è per chi conduce le trattative americane, definiti più  affaristi che specialisti negoziatori, pur intervenendo su tavoli delicati come Ucraina, Gaza e ora Iran.

Per Sessa, quello in corso è un conflitto tutt’altro che regionale, che si inserisce in uno scontro tra grandi potenze che deve profondamente preoccuparci, ricordando come un paese aggredito tenda a ricompattare la popolazione verso il governo.
Una guerra che potrebbe comportare instabilità e sconvolgimenti geopolitici.

In conclusione, è preoccupante rilevare una diffusa assuefazione verso il dramma della guerra e suoi tanti morti per navi che esplodono, caserme e impianti che bruciano, insieme a case, a scuole, colpiti da droni, bombe e missili, che diventano un danno collaterale a cui ci si abitua, specie se presentate in un video accompagnato dalle note della Macarena…

Che torni la forza di quella diplomazia che non pare proprio un modello per gli americani, più capaci di affari e conquiste, rispetto alla tradizione diplomatica europea. Ma qualcosa  potrebbe presto cambiare in seguito le elezioni americane di “Midterm” di novembre e anche per quelle in Ungheria. Potrebbe cambiare l’aria anche per chi, in Italia, rimane in silenzio, tendenzialmente staccato dalle iniziative di un’Europa ancora divisa ma più attiva, aspettando le mosse di un Trump dipinto – incredibilmente – come meritevole del Premio Nobel della Pace….

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