Firenze non è nuova alle epifanie, ma quella che si sta manifestando tra le mura della Casa di Dante ha il sapore di una vera e propria sfida ontologica. Parlo di epifania nel suo senso più stretto, ovvero quel cortocircuito dove l’invisibile squarcia il velo del visibile.
La rassegna mette a nudo sette declinazioni del medium luminoso, dove l’eterogeneità dei mezzi, dalla pittura alla scultura, fino alla fotografia contaminata, converge in un’unica indagine ontologica. È un dialogo serrato che recupera l’ascesi neoplatonica per tradurla nel linguaggio materico e frammentato della nostra contemporaneità.

L’epifania accade proprio nel punto di rottura, dove la materia si spezza, la luce si rivela attraverso un cortocircuito temporale in cui le superfici industriali dei polimeri moderni sembrano quasi ferire la pietra porosa del Circolo, costringendo il futuro e il passato a guardarsi finalmente negli occhi.
In questa esplorazione filosofica, Francesca Del Magro domina la scena con un’alchimia del gesto che trasforma il bronzo in qualcosa di vibrante e leggero. Le sue sculture sono miracoli di trasmutazione dove la perizia tecnica, figlia di una raffinata cultura orafa, permette di piegare il metallo a una dialettica inedita tra densità e vuoto. Le sue mani agiscono come cerniere tra il mondo percettibile e il trascendente; una manualità millimetrica che eleva il dettaglio anatomico a simbolo universale dell’agire umano, rendendo finalmente visibile l’invisibile.

Questa tensione prosegue nell’opera di Valerio Salvadori, autore di una sintesi brutale tra il magma e il diafano. Nella serie Caos fertile, la luce scava la materia creando una massa cromatica palpitante, in perenne oscillazione tra erosione e rigenerazione. Ma è nella fotografia a tecnica mista che Salvadori raggiunge uno zenit concettuale utilizzando il velo diafano di aristotelica memoria, un filtro che distilla la realtà elevandola e trasformando la luce in apparizione pura.
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Al polo opposto, Lilia Tartari affronta l’oltre attraverso una ricerca psicologica frontale, mutuando i codici della Pop Art per scopi introspettivi. La sua “luce della conoscenza” è una sfida etica lanciata contro l’oscurità della doxa (le opinioni). Ribaltando il mito della caverna di Platone, l’artista invita l’osservatore a un viaggio inverso nelle profondità del proprio io. Le sue opere sono specchi di consapevolezza che obbligano a far luce nell’interiorità, trasformando il colore piatto in una superficie vibrante di verità psichiche.
Parallelamente, Simone Parri e Riccardo Macinai dialogano sulla fessura. Se per Parri la “crepa” nei polimeri è una porta Pop verso verità spirituali (un richiamo viscerale al dito di San Tommaso), per Macinai è l’elogio della resilienza tramite il Kintsugi, dove la frattura dorata è l’unico varco da cui la luce interiore può finalmente scaturire.


Infine, Angela Crucitti ci sospende nel tempo: i suoi sfondi bizantini agiscono come isolanti spirituali, sottraendo il soggetto alla caducità per consegnarlo a un’evanescenza che sfida la densità del pigmento.
L’esperienza estetica è amplificata da una dimensione sinestetica totale in cui le note di Richard Galliano, interpretate dal vivo da Domenico Di Santo, si stratificano nell’aria. Mentre l’occhio affonda nelle stratificazioni materiche, la musica sembra scolpire fisicamente il silenzio delle sale, rendendo la luce quasi udibile e trasformando la visita in un rito sensoriale completo.
Uscendo dalle sale della Casa di Dante, resta la sensazione che “Ars Lucis” abbia compiuto un furto necessario e sacrilego, avendo rubato la luce al cielo per sequestrarla nel bronzo, nella resina, nei colori acrilici e nel pigmento.
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In un sistema dell’arte che oggi satura ogni spazio di spiegazioni didascaliche, questi sette artisti hanno avuto il coraggio di lasciare l’opera nuda, esposta alla violenza della bellezza. La luce qui non serve a vedere meglio le opere, ma a vedere meglio noi stessi attraverso di esse.
In fondo, “Ars Lucis” impone una riflessione necessaria: l’arte ha il dovere di scardinare le nostre pigrizie intellettuali. Essa non è fatta per fornire risposte, ma per spalancare quel varco materico in cui l’invisibile accetta, finalmente, di farsi guardare.
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