Il 2022 ce lo ricorderemo, come molti ricordano il rovente 2003. Siamo di fronte alla più potente ondata di siccità degli ultimi 100 anni. Piovosità ai minimi storici in primavera dopo un inverno e un autunno secchi, insieme a record di temperature da maggio in poi, sono stati un cocktail micidiale. I fiumi sono in secca, il Po nell’Alessandrino ha una portata di 88% inferiore alla media. La stesso Po a Saluzzo è completamente asciutto come fiume Stura e il Gesso a Cuneo. Il clima è cambiato, non siamo più agli annunci ma alla realtà di oggi. Cambierà ancora. Poco importa accapigliarsi tra chi dice che è tutta colpa delle nostre antropiche emissioni e chi afferma che l’influenza umana sia minima. Le condizioni sono cambiate ma noi purtroppo no. La resistenza al cambiamento la impersonifica la nostra politica che invece di ascoltare chi, come i Radicali, da 20 anni propone soluzioni per ridurre i consumi idrici, a ogni emergenza dibatte su come aumentare la quantità della risorsa. Ed ecco che torna il ritornello delle dighe, che per carità in alcuni casi possono anche essere progettate e realizzate ma tratterrebbero qualche milione di metri cubi in più mentre la sola agricoltura in Piemonte e Lombardia ne utilizza oltre 5 miliardi. Miliardi non milioni.
Chi ha a che fare da sempre con la scarsità d’acqua – vedi Israele – utilizza le migliori tecnologie per ridurre al minimo i consumi mantenendo produzioni eccellenti per qualità e quantità. Usano sistemi di irrigazione all’avanguardia e lo fanno da mezzo secolo mentre noi inondiamo centinaia di migliaia di ettari per coltivare riso e mais, le colture più esigenti in acqua. I nostri acquedotti sono un colabrodo, perdono mediamente il 30/40% dell’acqua immessa con casi assolutamente folli come Frosinone o Latina che ne perdono più del 70%! E allora che fare? Serve occuparsi delle riforme politiche sulla gestione dell’acqua non solo in emergenza, ma sempre. Serve un “Piano acqua nazionale” come ha detto il Presidente Draghi che però partiti scriteriati hanno mandato a casa. Servono i finanziamenti del PNRR come ha detto l’ottimo ministro Cingolani che i partiti di cui sopra hanno mandato a casa con Draghi. Serve soprattutto un cambiamento culturale e serve che accade rapidamente perché senza adattamento e riduzione dei consumi non c’è un futuro di serenità ma una continua guerra dell’acqua tra settori (agricolo, civile e industriale) e all’interno dei settori (risicoltora frutticoltura, cerealicoltura, orticoltura). Serve un cambiamento, che deve essere radicale, e occorre archiviare per sempre l’approccio irresponsabile del Presidente Cirio che, di fronte a fiumi in secca, chiede di derogare alla legge che impone di lasciare nei corsi d’acqua il “minimo deflusso vitale”. Un deroga che porterebbe infinitesimi vantaggi a una agricoltura che sperpera acqua e alla morte interi ecosistemi dove ancora il danno non si è compiuto.

Igor Boni, Presidente di Radicali Italiani