DDL Zan: lo stato tuteli la fluidità (di Fabrizio Rondolino)

Pochissimi di noi sono integralmente, univocamente, permanentemente maschi o femmine. La maggior parte di noi è un po’ una cosa e un po’ l’altra, a seconda delle situazioni, dei contesti, delle età della vita, delle esperienze vissute. Un numero sempre crescente di giovani rifiuta un’identità rigida e si sente a buon diritto fluido, mentre un numero sempre crescente di persone di mezza età si scopre omosessuale o avvia la transizione.

Il sesso biologico è una partizione naturale dettata dalla necessità della riproduzione: tutto il resto è costruzione culturale. L’idea che l’affettività, la sessualità e l’identità di una persona siano legate alla riproduzione e al sesso biologico, e addirittura ne siano determinate, è un’idea infantile: tanto più oggi, al cospetto dell’inseminazione artificiale (cui tra l’altro ricorrono sempre più spesso anche le coppie eterosessuali) che separa una volta per tutte sesso e riproduzione.

Il genere, come l’eterosessualità o il patriarcato, è una costruzione culturale: non è un dato di fatto, non è una realtà oggettiva. È un’etichetta che pretende di spiegare, incasellare e normare una vita intera a partire da un insignificante dettaglio fisico: il pene o la vagina.

È la mente il nostro principale organo sessuale, e forse l’unico in senso pieno. È la nostra mente che ci suggerisce questa o quella identità, questa o quella scelta, uno stile di vita o un altro. E poiché la mente è anche la sede della libertà, nessuno può decidere per me di che genere sono in ogni determinato momento della mia vita.

Gli Antichi avevano naturalmente già capito tutto. In epoca cristiana ci si è interrogati non soltanto sul sesso degli Angeli, ma persino su quello di Dio: e se ci si interroga, vuol dire che la situazione non è poi così chiara. Tutta l’arte occidentale è attraversata da figure fluide. Perché dunque una legge dello Stato non dovrebbe riconoscere un’evidenza nota ai più e sperimentata da molti?