Lo sguardo rapito corre dalla scia bianca della barca alle onde che scivolano delicate alla spiaggetta, ai profili delle piante che si allontanano.
Tra i restanti squarci celesti e i sinfonici bagliori che irradiano di luce rosea, i pensieri fluttuano all’unisono con le acque del lago Maggiore disteso nella pace di una sera di fine estate.
La perfezione di ogni ricordo è ancora intatta, rivivo ciò che è stato in questa giornata, una manciata di tempo, il mio frammento di passato.

Un momento inafferrabile e denso pervade la mente ed il cuore: gli occhi accarezzano la riva, oltrepassano la vecchia darsena di pietra, le vestigia romane, il punto più alto all’estremità dell’isola fino ad intrappolarsi nell’ombra fitta delle antiche piante del parco, bisbigliano le nostalgie di chi qui la vita l’ha vissuta.
Percepisco l’anima stanca e l’eco straziante buttato in queste acque profonde dall’anziana baronessa Antoinette Saint Léger, nel suo ultimo viaggio in barca che l’allontanava dall’Isola dei conigli, così un tempo chiamate le Isole di Brissago.
La signora de Saint Léger, forse figlia illegittima dello zar Alessandro, a settantadue anni si separava a malincuore dalla sua casa e dal suo piccolo paradiso botanico che da giovanissima aveva creato dal niente.

I due lembi di terra, utilizzati per recuperare dinamite per la costruzione della ferrovia del San Gottardo, al momento dell’acquisto, non erano altro che isolotti ricoperti da una rarefatta vegetazione indigena, una sterile e inospitale distesa di terra piatta, con resti di un antico convento.
Il suo animo russo, fu rapito dalle isolette immerse nelle acque del Verbano, protette dalla catena alpina che consentivano un clima particolarmente mite. Ma la sua affascinazione andava oltre, ne percepì le potenzialità e dopo un attento studio botanico, sottomise questo incantevole luogo alle sue passioni.
Da ogni parte del mondo fece arrivare semi e piante rare nonché interi barconi di ottima terra e letame, per mettere a dimora in particolar modo le specie di piante subtropicali.
L’Isola Grande diventò un lussureggiante giardino d’importanza particolare, tanto che nel 1913 venne pubblicato “The vegetation of the Island of St. Leger in Lago Maggiore” su di una prestigiosa rivista londinese.

“La sirena”, così soprannominata l’affascinante proprietaria per il suo stile di vita fuori dalle righe, era qui solita organizzare eccentriche feste, concerti, intrattenersi in salotti letterari frequentati da James Joyce, Rainer Maria Rilke, Harry Graf Kessler, Ruggero Leoncavallo, Giovanni Segantini, Daniele Ranzoni, ed instaurare fitti rapporti epistolari in diverse lingue, tanto da dover fare allestire un ufficio postale privato.

Il pittore Ranzoni, mecenate per qualche anno presso la baronessa, la ritrasse fredda, distante e allo stesso tempo accattivante in un quadro ad olio che divenne famoso come «La principessa di Saint Léger»; solo in questo dipinto la baronessa Antonietta poté fregiarsi del titolo di principessa.
Un quadro molto amato dalla signora che aveva appeso in bellavista sul camino, si racconta che nel momento di difficoltà economiche fu dato in pegno dal suo consulente, ma testarda com’era assunse un altro avvocato per fare causa contro il suo stesso legale di fiducia.

Questa donna colta, caparbia, intraprendete, seppe spingersi oltre i confini affidati allora alla condizione femminile. Una donna che parlava cinque lingue e che sapeva trattare affari commerciali, dalla costruzione delle ferrovie transcaucasiche alla ricerca petrolifera in Romania, alle speculazioni immobiliari nella città di Milano, a uno strano sistema da lei brevettato e venduto in America per ricavare alcol, e quindi benzina dalla torba, fino alla guerra greco-turca del 1897, in cui riuscì a intrufolarsi vendendo armi alla Grecia.

Purtroppo, dopo la prima guerra mondiale, i debiti dovuti ad avventure non proficue, la videro costretta nel 1927 alla vendita della proprietà al miglior offerente. Fu acquistata dal commerciante tedesco Max Emden che demolì e ricostruì la villa, nonché la darsena, l’orangerie e il bagno romano.

Antoinette Saint Léger, visse poi in totale miseria e nel suo eden non vi fece più ritorno.

Solo dopo diversi decenni dalla sua morte, un sentire pietoso l’ha riportata a riposare sull’Isola Grande, sotto un cespuglio della Nuova Zelanda, forse inseguendo la verità nascosta dentro quei versi che era solita recitare tra le le piante del parco: “dietro di me, sui sentieri silenziosi dell’isola, chiacchiera sottovoce il ricordo. Sussurra tra le foglie delle querce, tra le aie dei faggi, sulla spiaggia mormora col battere dell’onda. Che io vada o resti immobile non posso sottrarmi al suo dolce bisbiglio.”