Donald Trump contro i transgender. L’amministrazione chiede alla Corte Suprema di legalizzare la possibilità di licenziarli solo per il fatto di essere, appunto, transgender. E questo perché il Civil Rights Act, la legge Usa sui diritti civili, non li tutela: la legge, varata nel 1964, infatti vieta la discriminazione sul posto di lavoro in base al “sesso biologico” e non a quello che si vuole acquisire.

Se la linea dell’amministrazione passasse si tratterebbe di un nuovo pesante schiaffo contro la comunità LGBTQ. Le polemiche per la discesa in campo di Trump sono immediate, con le varie organizzazioni a tutela dei diritti dei gay che parlano di scandalo e passo indietro. “Il principio di uguaglianza è semplice e ovvio. E’ una disgrazia che il governo cerchi di limitare le norme anti-discriminazione” afferma Chris Geidner, di Justice Collaborative. “La gente non realizza che la posta in gioco è elevata e va al di là delle comunità trans e LGB, perché riguarda ogni persona che si scosta dagli stereotipi sessuali” rincara la dose l’American Civil Liberties Union.

Critiche che comunque non sembrano in grado di far indietreggiare l’amministrazione, che vede nella Corte Suprema a maggioranza conservatrice una chance per ‘riscrivere’ molte delle sentenze storiche, dall’aborto ai diritti per i gay. Il governo Obama aveva interpretato il Civil Rights Act come uno strumento di difesa anche per i transgender. Con l’ascesa di Trump però l’interpretazione della legge è stata rivista: l’ex ministro della Giustizia Jeff Sessions aveva infatti escluso i transgender dalle tutele anti-discriminazione sul posto di lavoro. Ora sta alla Corte Suprema chiarire le norme.

Il prossimo 8 ottobre i saggi ascolteranno il caso di Aimee Stephens, che ha iniziato a lavorare in una società di pompe funebri nel 2007 come uomo e che poi, sei anni dopo, ha annunciato al suo datore di lavoro la sua transizione verso l’essere donna. Una transizione che ha causato il suo licenziamento. L’amministrazione Trump si schiera con la società di pompe funebri e contro la sentenza della Corte d’appello del Sesto Circuito, che lo scorso anno ha dato ragione a Stephens.

“I fatti inconfutabili mostrano che la casa di pompe funebri ha licenziato Stephens perché la donna rifiutava di voler rispettare gli stereotipi sul sesso del suo datore di lavoro” aveva spiegato il giudice Karen Nelson nella sua lunga sentenza di 49 pagine. La sentenza però non è risolutiva: lo scontro è andato avanti e ora sta alla Corte Suprema pronunciarsi in una sentenza che rischia di cambiare le carte in tavola per i diritti LGBTQ con ripercussioni al di là del solo posto di lavoro. Sposando la tesi di alcuni gruppi cristiani conservatori, Trump ritiene invece che il Congresso vieta solo le discriminazioni fra uomo e donna e un’interpretazione più ampia della parola “sesso” nel Civil Rights Act significa riscrivere interamente la legge, cosa che solo il Congresso può fare e non i tribunali.

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