Dafne: la divina testa rossa

L’eterno mito di Dafne, la più bella delle nàiadi, trasformata dal padre dio fluviale Peneo, in una pianta d’alloro per sfuggire alla presa erotica di Apollo. Una sorte di martire pagana. Una vergine che non trovò poi così irresistibile l’eponimo della bellezza apollinea e la sua dichiarazione d’amore. Un inseguimento-fuga, un corteggiamento senza lieto fine.

Apollo la rincorre gridandole parole che avrebbero dovuto convincerla, lei scappa a gambe levate finché priva di forze impallidisce e vinta dalla fatica della fuga guardando le acque del Peneo, dice:“Aiutami, padre: se voi fiumi avete potere divino, distruggi, mutandolo, il mio corpo, che troppo è piaciuto”.

Questo almeno stando alla poetica ricostruzione che ne fa Ovidio nelle Metamorfosi ed è ciò che racconta la piccola statua eseguita nel 500 dal gioielliere austriaco Wenzel Jamnitzer, conservata al museo del Rinascimento di Ecouen, vicino Parigi.
La statuetta in oro bianco sormontata da un grande ramo di corallo rosso, mostra Dafne nel momento stesso della sua trasformazione vegetale. Il suo viso elegante ha un’espressione di rassegnata morbidezza, di celata malinconia, le mani alzate verso il cielo, come per implorare il padre, evocano la sua disperazione. Mani che si sono già tramutate in laurocerasi come anche parte dei capelli.

La descrizione di Ovidio sembra fatta apposta per solleticare i sensi e guidare la mano dell’indice : “i venti le denudano il capo e con il soffio contrario le sventano all’aria il vestito”; all’unisono Dafne, evocando statue greche, in un abito drappeggiato mostra una gamba scoperta, rea di aver mandato fuori di testa il divino Apollo.

L’ensemble di straordinaria bellezza è consolidato da anelli con cabochon di granato e turchese e da poche delicate foglioline dipinte di verde alle estremità di alcuni rami, il solo di tutto fogliame originale.

Questa Daphne, nata per adornare il gabinetto della curiosità di un principe tedesco, un amante della “naturalia”, ossia “meraviglie della natura”, incastona un grande ramo di corallo rosso, raccolto nelle profondità nel Mediterraneo al largo delle coste di Trapani, considerato uno dei mirabilia più ricercati dai collezionisti. Anche gli scienziati per secoli sono stati affascinanti dal corallo, visto come strana specie in cui convivevano i tre regni della natura, animale, vegetale e minerale, ma non riuscendo a relegarlo in nessuno di essi.

Quest’opera capolavoro di uno dei grandi più orafi del Rinascimento tedesco, nonché il più abile artefice di oggetti destinati alle Wunderkammer, è un tipico esempio di arte manierista in cui convivono l’artificio, la preziosità di materiali eterogenei, la riscoperta del mito e del simbolo.

Wenzel Jamnitzer ha dato forma ad uno dei miti più belli dell’antichità e mi piace pensare che la decisione del colore rosso e non verde dei capelli di Dafne, sia stata dettata dal verso di Ovidio, in cui la ninfa s’imporporava di “verecondo rossore” ogni qual volta il padre le parlava di matrimonio.

 

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