L’associazione Quore presenta a OrlandoMagazine il suo housing LGBT

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D: Qual’è il profilo dei richiedenti del vostro servizio?

R: C’è una distribuzione equa nord, centro e sud. Non vi è un vero grande bacino locale ma le richieste provengono da ogni parte della penisola.

D: E’ una soluzione temporanea?

R: E’ un percorso temporaneo di accompagnamento ad un’uscita dal disagio. La residenza è temporanea, di 8 o 10 mesi con annesso un orientamento al lavoro attraverso tirocini e assistenza di supporto psicologico.

D: La struttura è al momento piena?

R: Da gennaio abbiamo avuto 20 persone. Vi sono due protocolli di accoglienza, uno con un orientamento temporale più lungo e uno mirato ad intervenire sull’esigenza specifica. Vi è un equipe che esamina la domanda, prima attraverso un’email e poi con un colloquio telefonico. E’ un esperienza di vita in convivenza dove non vengono accolte le persone con gravi problematiche psichiatriche, dipendenti da stupefacenti oppure con gravi problematiche legate alla disabilità. Ci teniamo a sottolineare che non è una struttura ma bensì un progetto di co-housing finalizzato al raggiungimento di una autonomia. Nel futuro c’è l’idea di poter arrivare a intervenire ad un perfetto reinserimento sociale ma è tutto in divenire perchè è tutto così nuovo per cui non essendoci uno storico è difficile rispondere alla domanda.

D: Età media dei vostri richiedenti?

R: Al momento diremmo 18-35 ma abbiamo avuto anche due cinquantenni

D: Come intervenite per quanto riguarda il problema del lavoro?

R: Noi abbiamo tutta una serie di collaborazioni con altre associazioni tra cui “Abele lavoro” ma il lavoro non è solo un problema del mondo LGBT. Noi siamo un’associazione di volontariato che cerca di fornire uno spettro di possibilità attraverso anche una serie di attività collaterali. Per citarne una i corsi di espressione corporea per permettere di acquisire una fisicità armonica.

D: La coabitazione genera problemi?

R: La coabitazione genera problemi come tutte le coabitazioni in qualsiasi ambiente. Gli appartamenti vanno dai 4 ai 6 posti ma in media ne abbiamo 2 per ogni stanza, cercando di non mettere mai più di 5 persone poi ogni singolo giorno passano due locatori a controllare la corretta operatività del tutto.

D: Sviluppi futuri?

R: Sarebbe bello poter avere 5 appartamenti non contigui e trovare uno spazio sufficientemente adatto per promuovere attività che posano anche alimentare economicamente la struttura.

D: E un co-housing per la terza età?

R: E’ un target di riferimento a cui si è mirato come a quello dei migranti, ma a differenza dello stato attuale che è legato al concetto di temporaneità, la terza età mira alla stabilità. Ci sono esperienze a Berlino, Madrid e in generale nel nord europa in questo senso ma mentre la nostra esperienza è gratuita, a Madrid è a pagamento.

D: Mi permetto una digressione dall’argomento in questione chiedendovi dell’imminente Torino Pride che mi sembra quest’anno sia denso di significati…

R: E’ il Pride del cinquantenario dei moti di Stonewall ed è legato alla tematica della lotta sociale perchè la crisi ha coinvolto tutto e tutti per cui l’attenzione è focalizzata su questa problematica oltre che ovviamente alla minaccia democratica a cui sono attualmente sotto tiro i diritti acquisiti dalla popolazione LGBT. In Piemonte comunque è sostanzialmente una terra fortunata perchè si è saputo operare in maniera seria e continuativa sia con il tessuto sociale che con il tessuto istituzionale e questa è la nota di merito del Coordinamento Torino Pride. Questo risultato eclatante è sotto gli occhi di tutti; la riprova ne è il gran proliferare di Pride in Piemonte. I Pride con maggiore difficoltà in Italia in questo particolare momento storico non sono certo al sud ma bensì nel nord-ovest, nelle vecchie regioni bianche democristiane.