Riceviamo e volentieri pubblichiamo il contributo, ricevuto dall’attivista iraniano Shayan Gharehsavari, su quanto espresso, in un incontro a Roma, dal Principe Reza Palhavi (figlio dello Scià), figura di spicco in cui si riconosce parte del movimento di opposizione al regime degli ayatollah.

Le affermazioni del Principe su minoranze etniche, diritti civili, tolleranza, identità e senso della nazione hanno rappresentato come una sorta di decalogo del nuovo Iran.
Vi è stato spazio per alcune toccanti testimonianze del massacro del 18 e 19 gennaio 2026.

L’attivista (intervistato a gennaio) fa parte di quella componente che auspica un pronto ritorno dello Scià a Teheran. Una protesta che deve oggi fare i conti con guerra, tensioni e difficoltà di ogni tipo che hanno rafforzato l’area più radicale di chi guida la repubblica islamica.

(https://www.orlandomagazine.it/2026/01/14/intervista-allattivista-iraniano-shayan-gharehsavari-e-una-rivoluzione-che-non-si-potra-fermare/)

Roma, 14 aprile 2026.
Nel tardo pomeriggio, al Parco dei Principi Grand Hotel di Villa Borghese, il Principe Reza Pahlavi ha incontrato un gruppo selezionato di iraniani residenti in Italia. Non una semplice riunione politica, ma un momento ad alta densità simbolica per una parte della diaspora: giovani in larga parte, quella che il Principe chiama “Gen V” – dove V sta per Victory – insieme a familiari delle vittime, feriti e attivisti.

Dispositivi elettronici ritirati, perquisizioni accurate, posti assegnati con precisione.

Alle spalle del tavolo del Principe, due bandiere con il Leone e il Sole. A moderare l’incontro Aysan Ahmadi; al suo fianco, il team più stretto: Amirhossein Etemadi, Saeed Ghasseminejad e Cameron Khansarinia.

Tra i presenti spiccavano Ashkan Khatibi, l’attore divenuto negli ultimi anni una delle voci più chiare dell’opposizione culturale alla Repubblica islamica, e Sadaf Baghbani, ferita durante le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini.

Il Principe ha insistito su tre pilastri fondamentali: la maturazione politica irreversibile della società iraniana, il valore dell’unità nazionale e il prezzo di sangue già pagato dal Paese. Ha ricordato le mobilitazioni del 18 e 19 gennaio e i massacri che le hanno seguite come uno spartiacque nella coscienza collettiva. Ha tracciato una linea rossa netta: nella lotta al regime non si devono colpire le infrastrutture essenziali dell’Iran, perché appartengono al futuro del Paesenon al regime.

Ha inoltre ribadito un concetto che esprime da anni: gli iraniani hanno attraversato un lungo sonno politico; quel percorso era necessario, ma oggi la coscienza raggiunta non va dispersa.

Tra i primi a prendere la parola è stato Ashkan Khatibi, visibilmente commosso fino alle lacrime. Ha raccontato come, per anni, propaganda, deformazioni mediatiche e false alternative abbiano impedito a molti di “vedere” davvero il Principe. Oggi quella scoperta tardiva è diventata scelta consapevole. Ha concluso definendosi «un suo soldato» e invocando «Javid Shah», tra applausi e un’emozione palpabile in sala.

I momenti più intensi sono arrivati con gli interventi dei familiari delle vittime delle proteste di gennaio.
Una sorella ha ricostruito l’uccisione del fratello: ferito sotto gli occhi della madre, ricoverato, finito in ospedale dagli agenti che hanno completato l’esecuzione.
Arsalan, da Yasuj, ha raccontato la morte del fratello, i proiettili, le difficoltà nel recuperare il corpo e i segni evidenti di manipolazione riscontrati al momento della restituzione.
Poi è intervenuta Sadaf Baghbani: «Io sono l’Iran ferito». Ha mostrato i pallini ancora conficcati nel corpo. Nella sala è calato un silenzio denso, quasi sacro.
Fariba Karimi, attivista repubblicana residente a Roma, ha chiesto sul come rendere più utile il lavoro collettivo e mantenere un contatto costante con l’ufficio del Principe.
Saeed Ghasseminejad ha  assicurato piena disponibilità a raccogliere riferimenti e proseguire il rapporto in modo strutturato.

Anche le voci delle minoranze hanno trovato spazio. Padre André ha sollevato il tema delle possibili tensioni separatiste nell’Azerbaigian iraniano; Matin Khaledicurdo di Baneh con radici familiari segnate dalla cultura separatista, ha risposto con forza: la sua identità curda non è in contraddizione con l’unità nazionale.

Il Principe ha chiuso il cerchio: l’Iran non è somma di etnie separate, ma nazione intrecciata da secoli. Curdi, azeri, luri, baluci, arabi iraniani e tutti gli altri ne sono parte costitutiva. La lingua comune resta il persiano, senza per questo cancellare le lingue locali.

All’attivista Asia, vicina alle istanze della comunità LGBTQ+, che ha chiesto quale posto avranno nel nuovo Iran coloro che sono stati emarginati per la propria identità, il Principe ha risposto con chiarezza: «L’Iran futuro sarà fondato sui diritti individuali, sulla cittadinanza e sull’uguaglianza davanti alla legge. Non conterà se si è donna o uomo, musulmano o cristiano, credente o non credente. Tutti saranno semplicemente cittadini iraniani, con gli stessi diritti e le stesse tutele».
Lo Stato – ha aggiunto – non dovrà imporre identità, ma garantire libertà. Nessuna persecuzione, sotto nessuna forma.

Alla domanda di Arya (noto sui social come Ariyo) su quando lancerà un nuovo appello alla mobilitazione generale, la risposta del Principe è stata ferma e profonda: «Lo farò quando sarò io stesso in Iran. Non considero il mio sangue più prezioso di quello degli altri iraniani».

Nessun salto nel vuoto senza la sua presenza sul terreno.

L’incontro si è concluso con una foto di gruppo.
Fuori dall’hotel, lo staff si è fermato ancora qualche minuto a parlare informalmente con la gente.
In quella sala, per qualche ora, una porzione dell’Iran in esilio ha mostrato il suo volto più vero: giovane, segnata dal dolore, attraversata da ferite ancora aperte, ma capace di riconoscersi attorno a una sola, potente domanda di futuro.
Un futuro che, dopo tanti anni di sofferenza, appare finalmente possibile.

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