Da quanto tempo è in Italia e di cosa si occupa?
«Sono ormai 14 anni che vivo fuori dall’Iran, dove non sono più tornato».
A parlare è Shayan Gharehsavari.
In Italia dal 2012, affascinato dal nostro patrimonio artistico, si è laureato in Architettura, impegnandosi nella divulgazione della cultura iraniana e delle condizioni del suo popolo sotto la dittatura teocratica, contribuendo alla nascita dell’associazione Anahita.
Shayan, appassionato di pittura e geopolitica, lavora a Torino come barman presso la catena Combo, ha risposto ad alcune nostre domande.

Cosa pensa dei drammatici sviluppi della rivolta in corso nel suo Paese?
«Sono molto fiducioso. Quella in corso può essere definita a tutti gli effetti una rivoluzione vera e propria. È la prima volta che una rivolta contro il regime islamico raggiunge un livello realmente nazionale: tutte le regioni, tutte le città, tutti i settori della società sono coinvolti. Non si tratta di una protesta limitata a giovani o a problemi economici. È una questione profonda e complessa: lavoratori, donne, uomini, giovani e anziani sono scesi in strada per riprendersi l’Iran da occupanti che da 47 anni sfruttano il Paese e le sue risorse».

In passato ci sono state diverse rivolte, ma questa sembra aver coinvolto masse molto più ampie, minoranze e soprattutto i giovani. Perché questa volta sembra diversa?
«L’Iran non è un mosaico di “etnie”, nel senso occidentale del termine: è una nazione-stato antichissima, composta da diversi popoli iranici. Il concetto di etnia non descrive correttamente la realtà iraniana. Questa volta è diverso perché si tratta di una vera rivoluzione nazionale che coinvolge tutti i settori della società. La rabbia accumulata in 47 anni di totalitarismo religioso, per motivi diversi, si è finalmente unita.
La chiave di questa unità è una leadership riconosciuta: Reza Pahlavi (il figlio 65enne dell’ultimo Scià di Persia, deposto dalla rivoluzione khomeinista del 1979, n.d.r.). Già dal primo giorno delle proteste, iniziate nel bazar di Teheran, gli stessi mercanti hanno cominciato a gridare slogan a suo favore, invitando il Paese a unirsi attorno al suo nome. Slogan come “Questa è l’ultima battaglia”, “Pahlavi tornerà”, “Lunga vita al Re” non sono slogan manipolabili dal regime e proprio per questo rappresentano una forza decisiva».

Reza Pahlavi.
Reza Pahlavi.

Resta forte il senso di identità mentre cresce l’insofferenza verso la dittatura religiosa, che però mantiene ancora un forte supporto. Come lo spiega?
«Fin dal primo giorno dopo la rivoluzione islamica, esistono iraniani che si sono opposti al regime, in particolare i monarchici. Con il tempo, sempre più persone si sono unite a questa opposizione. La battaglia è diventata rapidamente una battaglia identitaria. Di fronte a un regime che usa l’identità religiosa come strumento di controllo, gli iraniani si sono rifugiati nell’identità storica dell’Iran, nella Persia antica, simbolo di luce, sole e continuità storica, come nei miti di Mitra e Anahita. È qui che la figura di Reza Pahlavi diventa centrale: non è lui che usa il popolo per arrivare al potere, ma siamo noi iraniani che utilizziamo il suo nome come ultima carta collettiva contro una tirannia che dura da 47 anni. È il simbolo di continuità storica dell’Iran, al di là delle ideologie. Ed è anche l’unico attore credibile che parla apertamente di democrazia liberale, economia di mercato e diritti umani».

Il numero di morti della repressione è altissimo. I manifestanti hanno alzato il livello dello scontro, arrivando ad assalire commissariati e bruciare moschee. Come interpreta questa escalation?
«Il numero di morti è altissimo e gli iraniani hanno dimostrato che questa è l’ultima battaglia. Sono pronti a sacrificare tutto per riprendersi il Paese. Le loro risposte alla violenza del regime sono atti di autodifesa che non hanno mai raggiunto il livello di violenza sistematica del regime islamico. Le moschee vengono colpite perché spesso sono utilizzate come centri logistici delle forze di repressione. Attaccarle ha anche un valore simbolico: dimostrare che l’Iran non è un Paese islamico per natura, ma uno dei Paesi colonizzati dall’Islam politico, e che gli iraniani vogliono liberarsi completamente da questa teocrazia». 

"Salviamo l'Iran adesso".
“Salviamo l’Iran adesso”.

Il regime appare ancora forte grazie ai suoi articolati apparati di sicurezza e al controllo su Internet e comunicazioni. Come si può superare questo quadro?
«Gli iraniani sono rimasti per oltre 120 ore senza internet e reti telefoniche. Tuttavia esistono tra 50.000 e 100.000 ricevitori Starlink, che rappresentano uno degli ultimi canali di comunicazione. Gli ultimi video mostrano che a Teheran, quattro giorni dopo il blackout totale, milioni di persone erano ancora in strada. La repressione può essere superata solo con un aiuto internazionale. Nella storia, nessun popolo si è liberato da un regime totalitario completamente da solo. È stato così in Italia, in Polonia, Germania, Francia, Grecia, Romania. Oggi gli iraniani resistono anche grazie alla presenza costante nelle strade e a una leadership che riesce a coordinare e indicare momenti chiari di mobilitazione».

Ritiene importante il ritorno del figlio dello Scià? Molti ricordano la repressione, il filo-americanismo e il caso (nel 1953) di Mohammad Mossadeq?
«Se oggi, 47 anni dopo, milioni di iraniani gridano il nome del figlio dello Scià in ogni città, significa che le narrazioni diffuse per decenni erano false. La monarchia Pahlavi, dopo 50 anni di regime islamico, è diventata sinonimo di “Donna, Vita, Libertà”. Durante quel periodo esistevano libertà fondamentali: le donne avevano il diritto di voto prima di molti Paesi europei. Il 1979 non fu una rivoluzione nazionale: fu un movimento limitato, guidato soprattutto da élite urbane. In molte regioni, come la mia città natale Borujerd, non ci fu alcuna rivolta.
Su Mossadeq esiste una grande disinformazione: non era un primo ministro eletto democraticamente nel senso occidentale e non fu rovesciato da un colpo di Stato americano. Fu una rivolta popolare a suo sfavore, aggravata da sue decisioni autoritarie, come lo scioglimento del Parlamento. Se gli iraniani credessero ancora a quelle narrazioni, oggi non chiederebbero il ritorno di Reza Pahlavi».

Mohammad Mossadeq (a destra) con il presidente americano hARRY s. Truman, nel 1951, alla Casa Bianca.
Mohammad Mossadeq (a destra) con il presidente americano Harry S. Truman, nel 1951, alla Casa Bianca.

Quali notizie ha dal suo Paese ed è ottimista sugli sviluppi?
«La rivolta è ancora in corso. Gli ultimi video ricevuti, lunedì sera, mostrano milioni di persone in strada a Teheran. Questo, nonostante la repressione e il blackout informativo».

La Russia, storica alleata del regime, tace. Come interpreta la sua posizione?
«La Russia storicamente si è sempre comportata così con i Paesi che ha sfruttato come colonie o satelliti. È evidente che prima o poi abbandonerà anche il regime islamico. A mio avviso è solo questione di tempo, probabilmente di pochi giorni».

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