Mentre il sistema dell’arte contemporanea arranca nel decifrare l’algoritmo della modernità, Laurence Gartel osserva la scena dalla Florida con la serenità di chi ha plasmato il futuro quando l’elettronica era ancora una linguaggio senza grammatica.
È un gesto antico compiuto con strumenti nuovi, un modo per raccontare se stessi con una leggerezza capace di scardinare ogni dogma contemporaneo. In questa conversazione il mito si sottrae ai riti per restituirci l’uomo, l’eretico che mezzo secolo dopo continua a cercare l’anima dentro la macchina.
Laurence…a Nizza, hai fatto l’en plein: Miglior Documentario per “Digital Titan” e Premio alla Carriera. Spesso questi premi servono a “congelare” un artista nel passato.
– Ti senti più una leggenda intoccabile o un generatore di caos che ha appena ricevuto nuova energia per scuotere il sistema? Laurence Gartel: “L’ultima battuta del film è una domanda:“Mr. Gartel, qual è il futuro della sua arte?”. Ho risposto: “L’Intelligenza Artificiale e la Robotica”. Questo ha lasciato la porta aperta al futuro, invece di farmi riposare sugli allori. L’arte dovrebbe essere sempre una reinvenzione; il dovere di un artista è evolversi costantemente. Attraverso tutte le evoluzioni tecnologiche, non sono mai rimasto stagnante. Molte persone amano lo status quo, io assaporo l’ignoto”.
Laurence Gartel: “L’opposizione era costante nei primi anni. Ricordo che andai alla Gallery Bonino a New York su consiglio di un amico di mia madre. Dopo aver visto i miei lavori, i galleristi mi dissero: “Torni tra vent’anni”. E io l’ho fatto. Sono tornato, ho bussato alla loro porta e ho ricordato loro le proprie parole. Quel momento mi definisce: persistenza senza compromessi. Non ho mai permesso al rifiuto di deviarmi. Sapevo di avere in mano la chiave del futuro”.
Laurence Gartel: Le immagini dell’IA possono essere senz’anima perché lo sono le persone che le usano. L’arte richiede una voce personale. La mia opera è uno specchio di me stesso: intelletto, composizione, emozione, tempo. L’IA per me è solo uno strumento, che integro in sistemi personalizzati. Ciò che manca alla società oggi è l’immaginazione. Le multinazionali servono gli azionisti; gli artisti servono la visione. L’arte esiste fuori da quell’economia, ed è lì che risiede il suo valore”.
Laurence Gartel: “L’accessibilità ha prodotto più quantità, non necessariamente più profondità. Gli effetti speciali smettono di essere speciali quando li hanno tutti. Ho visto grandi artisti perdere il loro smalto scegliendo la comodità invece della sfida. Quando la sperimentazione cede il passo alla facilità, il lavoro ne soffre. L’innovazione richiede rischio. Continuo ad abbracciare le tecnologie emergenti non perché siano nuove, ma perché offrono nuovi territori da esplorare”.
Laurence Gartel: “Assolutamente. Il lavoro di Bob era la sua voce personale. Ha fotografato la sua prospettiva unica. Ha vissuto in un’epoca in cui l’AIDS ha portato via molti dei suoi amici; faceva parte di quel mondo a New York. Era un’era di pura espressione personale. Bob ha sicuramente spianato la strada alla comunità LGBTQIA affinché potesse aprirsi e prosperare”.
Laurence Gartel: “Ah! Sei molto intelligente, Marcella. Sì, in un certo senso! La vita è un cerchio che si chiude. Mi piace pensarlo come “mixed media”. Colorando i disegni digitali in bianco e nero, si cambia di nuovo il paradigma. Mi ricorda molto la copertina della mia monografia italiana pubblicata da Mazzotta (“GARTEL: Arte e Tecnologia”), dove metà dell’immagine era a pastello e l’altra digitale. Millennium Girl è diventata iconica proprio per questo “mashup” di media”.
Laurence Gartel: “Esatto. Questo è esattamente ciò che è la Pop Art: “popolarizzare” l’immagine. Warhol lo ha fatto benissimo; il suo oggetto di consumo quotidiano, la zuppa Campbell, è diventato iconico. La mia posizione è rendere i marchi aziendali più efficaci e più estetici. Ho aiutato brand come Coca-Cola, Tesla, Absolut Vodka, Forbes e la NBA a elevare la loro immagine”.
Laurence Gartel: “Rifiuto l’idea che l’arte debba essere semplificata per essere compresa. La complessità invita all’impegno. Anni fa mi dicevano che il mio lavoro era “troppo complicato”, come se fosse un difetto. Io la vedo come una responsabilità: sfidare la percezione, espandere la consapevolezza. L’arte non riguarda la velocità di produzione, ma la profondità del significato”.
Laurence Gartel: “Il rifiuto, naturalmente. Le persone non capivano. Non si rendevano conto che un giovane artista aveva il futuro nella sua visione. Chi era questa persona per cambiare lo status quo dell’Arte? Oggi so che il potere dell’intenzione e la forza d’animo hanno vinto”.
Laurence Gartel: “Quel ragazzo ha ancora il suo primo guantone da baseball, il suo primo pallone da football e le sue macchinine Matchbox. La sua migliore amica, “Cleopatra” (un pastore belga), è appesa alla parete della sua camera per ricordargli sempre il suo passato e lo spirito del gioco. Naturalmente, i cubi Shashibo sono sul comò, a ricordare che “Vita e Divertimento” sono sempre la priorità. Usavo la storia di Peter Pan per ricordare a me stesso di non crescere mai. E infine, sono entusiasta del mio prossimo libro: “EYE ROBOT”. È l’allarme che annuncia il nostro futuro”.
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