Ripescare l’Italia al posto dell’Iran squalificato dalla FIFA, a seguito degli sviluppi geopolitici? L’idea partita da Donald Trump (espresse dal suo “inviato” speciale Paolo Zampolli al presidente della FIFA Gianni Infantino) ) è stata totalmente respinta nel nostro Paese.
“Ci si qualifica sul campo, non con un ripescaggio che rappresenta un elemosina politica”.
E’ la posizione che riunisce i milioni di commissari tecnici del nostro paese, compresi politici e rappresentanti del mondo sportivo.
Tra l’altro per una formazione che, prima dell’eliminazione con la Bosnia (con la terza esclusione da un mondiale), pare avesse pure richiesto un premio qualificazione di 300mila euro. Richiesta stoppata dal tecnico Rino Gattuso.
In ogni caso, anche nello sport Donald Trump, che tollera solo degli “Yes men” alle sue dipendenze, conferma il suo sistematico rifiuto delle regole, per poter prendere quello che si vuole. Tutto è ammesso pur di far passare i propri interessi, anche in quelle discipline sportive dove lealtà, regole e correttezza dovrebbero essere fondamentali.
Ricordiamo che i prossimi mondiali vedranno gli Stati Uniti come paese ospitante, insieme a Messico e Canada. Ma anche questa volta Trump ha confermato i suoi umori “cangianti” e in un attimo. anche su questo terreno, ha cambiato idea affermando: ”Non voglio penalizzare i giocatori dell’Iran, questi atleti non sono un problema”.
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C’è comunque chi ha visto nella proposta di ripescaggio un modo, forse, per ingraziarsi il Belpaese, dopo le pesanti critiche e l’allontanamento dalla Meloni. Il tutto in barba ad ogni regola, sulla base di quella “legge del più forte” nel mirino dei frequenti moniti di Mattarella. Un monumento di correttezza a salvaguardia della nostra Costituzione, lontano milioni di anni luce dalle logiche tycoon.
Per la cronaca, aggiungiamo che l’Iran si è qualificato arrivando primo nel suo girone E, con 14 punti, davanti a Uzbekistan (allenato dal ct Fabio Cannavaro), Turkmenistan e Hong Kong, per poi superare la Bolivia ai play off. Regola vuole che a sostituirla ci dovrebbe essere una selezione asiatica e, in particolare, la selezione degli Emirati Arabi Uniti.
La protesta dell’Iran (tramite la sua ambasciata a Roma) si sintetizza nella frase “il calcio appartiene ai popoli, non ai politici”, ricordando come l’Italia abbia conquistato la sua grandezza del calcio sul campo e non grazie a rendite politiche, aggiungendo che la decisione di escludere l’Iran manifesti la “bancarotta morale” degli Stati Uniti, che temono anche la presenza di undici giovani iraniani sul terreno di gioco.
Certo, nel passato, il governo iraniano è sempre stato contrario al giocare negli Stati Uniti. Sui fattori sportivi si inseriscono quelli politici e la partecipazione iraniana, ancora in discussione, potrebbe essere confermata attuando un cessate il fuoco”: ovvero, un’auspicabile normalizzazione sul piano bellico potrebbe facilitare la partecipazione di Teheran ai giochi.

I meno giovani si ricorderanno, senz’altro, la diplomazia del “ping pong” che riaprì il dialogo tra Usa e Cina nel 1971. Anche in diverse altre occasioni lo sport è stato foriero di accordi e di pace. Oggi il quadro è davvero complesso e carico di incognite pesantissime, ma chissà se il pallone potrà dare un qualche contributo di pace, nel delirio che stiamo vivendo tra anziani autocrati e teocrazie…
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