Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Paolo Hutter dal “Lovers Festival”. “Mancano i film italiani, ma sono più preoccupato di un’omofobia che continua a crescere”.
Con i capelli grigi o bianchi, al “Festival Lovers”, cinema LGBT, 41esima edizione: il che significa che se qualcuno ha cominciato a frequentarlo quando aveva vent’anni, adesso ha superato i sessanta. E siamo davvero tanti!
Un successo di pubblico superiore a quello delle ultime edizioni.

Molti i ragazzi nello staff e nelle giurie (dovrei sempre aggiungere “e le ragazze”, ma magari lo dimentico, oppure dovrei scrivere *o le desinenze dello schwa, ma non mi viene), mentre nel pubblico sono preponderanti gli over 50, e del resto lo sono anche nella società.

E il tema si fa sempre più strada nelle storie dei film proposti.
Nella per me splendida scena finale del film “Maspalomas“, che ha aperto il Festival, il protagonista 75enne si spoglia completamente nella grande spiaggia oceanica deserta dell’ultimo tramonto prima del lockdown del Covid, ed entra spavaldamente nelle onde accompagnato dalla “Stagione dell’Amore” di Franco Battiato (“I desideri non invecchiano quasi mai con l’età”).

Nel film che ha sorprendentemente riempito la sala grande al lunedì sera, ovvero “Bookends”, il protagonista quasi trentenne fugge da una crisi di coppia a New York per rifugiarsi dai nonni ottantenni, in un quartiere residenziale di campagna di vecchi ebrei. Ne nasce un confronto intenso, a volte comico e a volte commovente, sull’ amore, i rapporti, la memoria, il futuro. Compreso lo star vicini al nonno che comincia a dare segni de demenza senile. Ma non si tratta di un film triste.

La disperazione non c’è mai.
Neanche, forse, in uno dei film più importanti e drammatici del Festival, “On the Sea”, di Helen Walsh. Atmosfere alla Ken Loach, poche parole e lavori duri, in un’isola del Galles, omofobia da paesino che circonda il pescatore cinquantenne Jack. Lui ha cercato invano di tenere nascosta la storia passionale con il più giovane marinaio Daniel. Con l’imprevisto outing, tutto e tutti l’abbandonano, ma il più irreparabile dei mali, una grave malattia, gli restituisce gli affetti.

Non c’è questa chance, invece, nell’iraniano “Between Dreams and Hope”.
Ad Azad viene negata la transizione al genere maschile fino a quando non dimostrerà il consenso del padre, che non lo accetta e vive in un remoto villaggio dell’interno.
Mi è rimasta impressa la straordinaria espressione e faccia di Fereshteh Hosseini, FtM (Female-to-Male) che interpreta Azad e che poi “misteriosamente” scompare.
E un altro film con protagonista Ftm, che ci familiarizza non solo col suo viso, ma col suo corpo, è “Iván & Hadoum“, storia dell’amore socialmente contrastato tra un giovane caporeparto in una serra industriale del Sud della Spagna, transgender, e una ragazza marocchino-spagnola, operaia nella stessa serra.

La forza del cinema LGBT, dei film di questo” Festival Lovers” in particolare, è quella di farci oscillare tra situazioni originali e particolari, che osserviamo con curiosità e universalità di sentimenti e di nodi, iN cui finiamo per ritrovarci e identificarci.

A proposito di identificarci c’è da dire, purtroppo, che ancora una volta non ci sono film italiani in concorso, perché – come spiega il vicedirettore Angelo Acerbi – le produzioni sono troppo scarse.
Uno vede questo bel Festival, le puntuali e brillanti presentazioni di Vladimir Luxuria e tutto quanto e non si immagina che mancano film italiani.
Ma pazienza.
Sono più preoccupato dalla nostra difficoltà a contrastare l’omofobia mondiale che in alcuni casi è crescente. E non mi riferisco alla difficoltà di far approvare in Italia una legge che consenta ad Alessandro e Andrea di adottare le ragazzine che stanno crescendo con loro (caso reale presentato nell’ambito del Festival).
Cose peggiori: sto seguendo il Senegal, mammamia, ne parliamo un’altra volta.
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