L’Occidente sta vivendo un’ondata crescente di antisemitismo, alimentata da eventi recenti che hanno scosso l’opinione pubblica e acuito le divisioni. Due episodi in particolare hanno segnato un’escalation: la sparatoria a Washington contro diplomatici israeliani e le violente contestazioni legate alla partecipazione di Israele all’Eurovision Song Contest 2025.

A Washington, l’attacco armato contro membri della delegazione israeliana – che ha portato alla morte di due diplomatici – ha rappresentato un drammatico salto di qualità nella tensione politica e simbolica attorno al conflitto israelo-palestinese, ormai in una fase di stallo. L’attentato, condannato ufficialmente da tutte le cancellerie occidentali, ha però avuto un inquietante effetto collaterale: un aumento di minacce, insulti e atti vandalici contro sinagoghe, scuole ebraiche e luoghi di ritrovo della diaspora.

Contemporaneamente, l’Eurovision ha visto una delle edizioni più controverse della sua storia recente. La presenza di Israele ha scatenato proteste in diverse città europee, culminate in boicottaggi da parte di alcuni artisti e in una pesante polarizzazione sui social media. A margine della finale, in alcune capitali europee sono stati documentati atti di antisemitismo, inclusi slogan violenti, manifesti antiebraici e aggressioni verbali.

Organizzazioni ebraiche internazionali, come l’Anti-Defamation League e il Congresso Ebraico Europeo, denunciano una “normalizzazione dell’odio” che sta prendendo piede soprattutto tra le nuove generazioni, spesso esposte a narrazioni radicali online prive di contesto storico o etico.

Le autorità sono chiamate ora a un duplice compito: garantire la sicurezza delle comunità ebraiche e distinguere tra critica politica legittima e incitamento all’odio religioso. L’allarme antisemitismo, oggi, non può più essere ignorato né derubricato a fenomeno marginale: è una minaccia reale alla coesione sociale e ai valori democratici su cui si fondano gli Stati occidentali.

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