MiX Festival di Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer è il festival del cinema LGBTQ+ della città di Milano che da più di 30 anni il offre una selezione dei migliori film indipendenti gay, lesbici, trans e queer. Dal 1986 a oggi, pur non perdendo le sue radici originarie di impegno politico e radicamento territoriale, il Festival si è trasformato, rappresentando simbolicamente l’attraversamento di identità che l’intera comunità LGBTQ+ ha percorso negli ultimi decenni.

Qui trovate il Manifesto del Mix di quest’anno, scritto da Federico Zappino, in dialogo con Fabio Bozzato.

“Chi spunta dal deserto / come colonne di fumo?”

Per un festival che riscopre la possibilità di ritrovarsi fisicamente nei teatri e nello spazio pubblico, dopo un anno di pandemia, è inevitabile chiedersi cosa sia successo e cosa potrebbe succedere. Ed essendo un festival di cinema Lgbt+ e queer, il pensiero ricorre a un’altra pandemia, quella dell’Hiv e dell’Aids.
Quando il Mix debuttava, nel 1986, quella pandemia aveva assunto le dimensioni di una catastrofe. Per noi, innanzitutto: per noi fuori e contro la Norma eterosessuale. Noi queer.

Oggi, si respira assieme il riverbero di quella memoria con il chiasso della memoria del presente. E nonostante sia più comune chiedersi cosa succeda alla società quando la circolazione di un virus va fuori controllo, innescando repentine e drastiche trasformazioni nella vita quotidiana, dovremmo capovolgere la domanda e ragionare a partire da ciò che succede ai virus, una volta che fanno il loro ingresso nel corpo della società, con le sue leggi, i suoi rapporti di forza, le sue gerarchie.

Dagli anni Ottanta siamo uscite con il terrore della sessualità, e con l’ansia delle analisi del sangue ogni tre mesi. Siamo uscite anche così disciplinate che la nostra maggiore aspirazione è diventata quella di unirci in matrimonio, talvolta anche davanti a Dio. Chi è sopravvissuto è stato costretto a lottare per difendere un tetto sulla testa, un posto di lavoro, il diritto a un funerale, la dignità di fronte a parenti, vicini, colleghi.

Abbiamo accettato di sentirci colpevoli per aver immaginato, teorizzato e sperimentato la sovversione nel decennio precedente.

Ma dagli anni Ottanta siamo anche uscite prede e protagoniste di quella macchina che negli ultimi quarant’anni abbiamo chiamato neoliberismo. Abbiamo barattato la giustizia sociale per l’inclusività nella sua prateria di consumo e di sfruttamento. Abbiamo dismesso il conflitto sociale in cambio della concessione di diritti più o meno aleatoria. Abbiamo accettato di subappaltare la gestione della nostra socialità e della nostra sessualità alle propaggini del capitalismo digitale che ci mettono a portata di mano chiunque e – con lo stesso gesto – alimentano la segregazione dello spazio pubblico. Abbiamo festeggiato i nostri Pride issati sui carri di brand onnipotenti e dei loro diversity manager. Abbiamo salutato come una grande opportunità la nostra trasformazione da “abietti” a “capitale umano”, e abbiamo gioito del fatto che la nostra diseguaglianza venisse trasfigurata in una diversità.

E quando il neofondamentalismo è tornato alla ribalta, abbiamo faticato a comprendere come fosse possibile che l’epoca della libertà di consumare, di farci sfruttare e di godere degli stessi diritti degli etero potesse contemplare il prepotente ritorno di movimenti omotransfobici, no gender, per la difesa della famiglia tradizionale – e l’aumento esponenziale dei femminicidi, i respingimenti in mare, le deportazioni e i campi di permanenza temporanea, i revanscismi identitari del nazionalismo, del neofascismo, del populismo sovranista.

Con la catastrofe che si propaga attraverso il respiro, il terrore del contatto fisico e l’imperativo di tenere le distanze non sono più solo sessuali. Stavolta, sono sociali. Ma nell’ora del distanziamento sociale, la casa e la famiglia sono tornate a rappresentare l’illusione del rifugio. Nell’ora del distanziamento sociale, ci siamo strette – o costrette – tra volti e corpi già noti. E nell’ora del coprifuoco, delle piazze chiuse e della sospensione dello spazio pubblico, ci siamo assembrate nelle fabbriche e negli spazi della produzione e del consumo.

Anche questa volta il virus ha agito per svelamento – e anche questa volta le risposte all’emergenza hanno svelato tutta la nostra vulnerabilità.

L’obbligo di stare a casa ha avuto effetti molto diversi sui diversi gruppi sociali. I centri antiviolenza hanno registrato un aumento del 73% di richieste di aiuto da parte di donne vittime di violenza domestica. Ilga Europe e altre organizzazioni non governative hanno denunciato ovunque le violenze contro adolescenti Lgbt+ e queer da parte delle loro famiglie, e le varie forme dell’associazionismo si sono dovute attrezzare per far fronte alle esigenze di persone queer cacciate di casa, in condizioni di povertà estrema, anche alimentare. Anche in Italia, abbiamo assistito all’apertura di case-protette per persone Lgbt+ senza fissa dimora. E ovunque nel mondo, la comunità trans sta pagando un prezzo enorme.

Ovunque nel mondo, ci siamo ricordate che le diversità da celebrare erano diseguaglianze sociali da sovvertire.

Oggi stiamo sull’uscio di questa epidemia con autorità statali che dopo quarant’anni di subalternità al neoliberismo – dopo quarant’anni di privatizzazione e smantellamento dei sistemi di welfare statali – hanno riscoperto una ragione di protagonismo.

Si tratta però di un protagonismo che si è allenato nella sospensione dello spazio pubblico, restringendo le libertà di movimento, di assembramento – e in molti casi anche di parola e di dissenso, come dimostra la violenza dei bracci armati dello stato sui detenuti che hanno reclamato la tutela del diritto alla salute, denudando l’incompatibilità tra la pandemia e il sovraffollamento della galera. Tra il divieto di assembrarsi in piazza e l’obbligo di stare ammassati in una cella.

C’è da chiedersi se questa palestra, i cui esercizi abbiamo dovuto imparare per sopravvivere, non possa preludere a una forma inedita di autoritarismo che potremmo accettare, come già stiamo facendo, come un nuovo ordine delle cose. È già sotto gli occhi di tutti il fascino che esercitano regimi apertamente autoritari, e nondimeno capitalistici qualunque sia il nome sfoggiato, elevati a modello di ordine, ripresa, o come va di moda oggi, di resilienza.

Dalla catastrofe dell’Aids e dalla profonda normalizzazione che impresse su larga parte del movimento, gli spezzoni più immaginifici della comunità Lgbt+ riuscirono a dar vita a esperienze inedite e radicali come Act Up, aprendo lo spazio del queer come possibilità di conflitto e di sovversione. In un volantino anonimo distribuito al Pride di New York del 1990, Queers Read This, si leggeva qualcosa di questo tipo: queer non significa diritto alla libertà privata, a fare ciò che vuoi dentro casa tua. È qualcosa di più. Queer significa esistere pubblicamente, significa confliggere contro un sistema che si fonda sulla tua esclusione, ai fini della sua trasformazione. Possa non abbandonarci la gelosia per questa forma di libertà sovversiva – possa non abbandonarci la voglia di non tornare a casa, per occupare le strade e le piazze, per coltivare pratiche e pensieri straordinari. A partire da qui, ogni occasione sarà quella giusta per chiedersi “chi spunta dal deserto / come colonne di fumo?”.

Federico Zappino, membro della giuria del Mix di quest’anno, è filosofo e traduttore queer. Ha tradotto in italiano opere di Eve Kosofsky Sedgwick, Judith Butler e Monique Wittig. Tra i suoi ultimi lavori, Il genere tra neoliberismo e neofondamentalismo (cur., ombre corte 2016) e Comunismo queer. Note per una sovversione dell’eterosessualità (Meltemi 2019).

Fabio Bozzato, giornalista freelance, scrive per varie testate di culture e trasformazioni urbane, oltre che di America Latina. Si è occupato a lungo di culture e comunità Lgbt+, in particolare con l’Osservatorio Queer del Comune di Venezia.

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