Essere in viaggio a Roma un po’ oltre le mura Aureliane, fuori mano rispetto ai tradizionali itinerari romani, al I° miglio dell’antica via Nomentana, è l’occasione a cui non si può resistere per una breve ma intensa visita al Mausoleo di Costanza: il tesoro più pregiato, d’inizio del IV secolo, creato come tomba dell’imperatore Costantino il Grande e delle figlie Costanza ed Elena.

La veduta esterna non è particolarmente accattivante, ma nasconde dietro il portone uno dei luoghi più suggestivi e “bizantini” di Roma. Varcata la soglia vi si rimane sbalorditi dal volume immenso della cupola, tutto esige reverenza, rispetto e persino soggezione ma si è rapiti in un abbraccio avvolgente.

Una costruzione di una bellezza senza tempo, la cui splendida visione a forma circolare mostra ancora l’influenza dell’architettura pagana dei templi e dei ninfei.

Circolare, senza inizio e senza fine, ha dell’infinito: arrivare al suo centro connota la fine o meglio l’arrivo nel suo fulcro, forse un voler ricercare e scoprire un cammino di fede nella luce infinita.

Non sono solo le dimensioni davvero impressionanti del mausoleo a farmi quasi vacillare ma anche una connessione più profonda con queste geometrie armoniche, cosmiche, con gli stupefacenti mosaici del IV secolo della volta anulare che coprono il deambulatorio a botte. Magnifici mosaici imperniati su temi geometrici e vegetali intervallati da amorini ed animaletti, scene di vendemmia che rappresentano un momento particolare della storia, a metà tra la suggestione dei culti pagani e quelli tipicamente cristiani.

È inusuale vedere questi mosaici utilizzati in questo modo per decorare i soffitti, per i romani l’arte era solitamente riservata ai pavimenti!

In prospettiva, intorno al tamburo fasci luminosi di luce provenienti da 12 finestre arcuate, con le loro miriadi sfumature, scendono irradiando l’altare e al tempo stesso creando con l’ombra un’affascinante complicità.

Luce ed ombra, penombra e trasparenza fondendosi in giochi inaspettati, nella solennità silenziosa e imponente, suscitano emozione e raccoglimento.

A tenere questo sublime gioco concorrono anche le volte, composte da 12 coppie di colonne di granito disposte in senso radiale, poste l’una davanti all’altra, per aumentare ancor più il movimento concentrico della struttura, e sostenere gli altrettanti archi a tutto sesto su pulvini, che come dei cuscini marmorei danno maggior slancio alle arcate che vi poggiano e agli architravi convergenti verso il centro.

Il mausoleo, prima trasformato in battistero della vicina basilica di Sant’Agnese fuori le mura e poi nel XIII secolo chiesa autonoma, dal ‘600 al 1720 diviene il ritrovo di una bizzarra associazione di artisti olandesi e fiamminghi, considerato un antico tempio di Bacco. Il gruppo ricordato come i Bentvogels, ossia la “banda di uccelli” si reputava amante delle lettere latine, delle bellezze di Roma; tra riti pagani e riunioni di piacere, durante le cerimonie imbrattava con graffiti alcune nicchie del deambulatorio, che si possono vedere ancora tutt’oggi.

Le cerimonie sono ricordate dal Passeri, dal Sandrart e da Cornelis de Bruyn:

“Vi e poi talun, che col pennel trascore
A dipinger faldoni e guitterie,
E facchini, e monelli, e tagliaborse:
Vignate, carri, calcare, osterie,
Stuolo d’imbriaconi, e genti ghiotti,
Tignosi, tabaccari, e barberie;
Niregnacche, bracon, trentapagnotte:
Chi si cerca pidocchi, e chi si gratta,
E chi vende ai baron le pere cotte;
Un che piscia, un che caca, un che alla gatta
Vende la trippa, Gimignan che suona,
Chi rattopa un boccal, chi la ciabatta…”
“…Da l’atlantico mare a l’eritreo
il decoro non ha dove ricoveri,
ch’ognun s’è dato ad imitar Pirreo:
sol bambocciate in ogni parte annoveri,
né vengono a i pittori altri concetti
che pinger sempre accattatozzi e poveri”.

Sarà la mia flebile debolezza fisica, il caldo di questo pomeriggio di luglio, la luce e le ombre, gli spazi concentrici con le colonne binate, la curvatura dei colorati mosaici che vanno a nascondersi alle spalle del nucleo centrale della rotonda, mi aggiro vorticosamente in un arcano cammino perimetrale, catalizzandomi infine nel punto focale per appropriarmi di un po’ di questa energia eterna.

[Best_Wordpress_Gallery id=”228″ gal_title=”mc_chiesa”]

Views: 802