di Moreno D’Angelo

L’impegno è nelle scuole per diffondere la memoria storica, anche fronteggiando temi scomodi. Ce ne parla il presidente Paolo Pazzi

Le scarpe a quadretti colorati (ska style), i modi da dandy che non si arrende, Paolo Pazzi si racconta con vulcanica schiettezza. Un personaggio difficile da inquadrare, un autentico creativo noto organizzatore di eventi. mostre fotografiche, collezionista di “carte” (libri, documenti storici, manifesti. cimeli), è da 13 anni presidente dell’Associazione Cultura Viva
È inoltre consulente di importanti musei europei per reperire materiale d’archivio e opere d’arte e mantiene un vortice di interessi anche se ammette che oggi esce di meno che in passato. Non perché sia stanco ma perché le proposte artistico-mondane del momento non sembrano così interessanti come un tempo

D.: Eppure Torino oggi è conosciuta come una meta vivace e appetibile rispetto al passato?

R.: Certo le cose sono cambiate ma non sono d’accordo sul fatto che “si sia svegliata” solo da una decina di anni. Negli anni ‘80 Torino aveva (in proporzione) più locali di Roma e vi era una notevole movida. Si usciva tutte le sere, molto più di adesso, e i locali avevano una loro identità con un pubblico “targhettizzato”. Chi parla di Torino triste, grigia probabilmente non usciva mai la sera. Non è mai stato al Tuxedo, Studio2, Big e nel primo Hiroshima Mon Amour di via Belfiore. Ignorando anche tanti eventi artistico culturali di grande qualità.

D.: La sua associazione si sta occupando di cyberbullismo. Cosa fate e come giudica la situazione su questo allarmante fenomeno?

R.: Siamo di fronte a una vera emergenza. Il quadro è peggiorato e si espande a macchia d’olio tra tantissimi ragazzi. Nei
nostri interventi nelle scuole (i prossimi saranno in due licei di Cuneo), affrontiamo la questione proiettando “Pettegolezzi on line”, un coinvolgente film australiano del 2001, cui fa seguito la discussione con i ragazzi stimolati dal contributo di autorevoli esperti come la mental coach Giulia Milano.

D.: Cos’ha di particolare questo film australiano?

R.: La pellicola racconta la vera e cruda storia di una “madre coraggio” che denunciò quanto subiva la figlia per le offese a sfondo sessuale che riceveva sul web e gli sviluppi della vicenda. Infatti la lotta di questa donna, ripresa da un giornalista, divenne di dominio pubblico e portò l’Australia ad essere il primo paese a legiferare sul cyberbullismo. È anche nata una fondazione, impegnata a contrastare il fenomeno che, inizialmente, si è sviluppata nei Paesi anglosassoni e ora è presente in trenta nazioni. Un grande successo per come ha coinvolto e continua a interessare tanti ragazzi. Un film accattivante, importante e non si capisce per quale motivo la sua versione dvd non risulti ristampata ed è quindi introvabile.

D.: Oltre al cyberbullismo quali sono altri temi seguiti da Cultura Viva?

R.: L’anno scorso ci siamo occupati di violenza adolescenziale e negli incontri con i ragazzi, in una trentina di scuole, ci siamo avvalsi della collaborazione di Rai Cinema proiettando la pellicola “I nostri ragazzi”. Ma l’elenco delle iniziative realizzate è molto lungo.

D.: In concreto come si è sviluppato il vostro intervento educativo nelle scuole?

R.: Il nostro obiettivo è portare contributi valoriali educativi nelle scuole medie e superiori, rivalutando la memoria storica e culturale anche ricorrendo al confronto diretto con protagonisti e testimoni dei temi trattati. Abbiamo portato a confrontarsi con gli studenti detenuti delle carceri argentine, partigiani, vittime di persecuzioni con il supporto di esperti.
Insomma le cose si fanno se si instaura un rapporto diretto con le scuole e purtroppo riscontro che il modo con cui vengono affrontate simili problematiche in chiave didattica è spesso non approfondito e direi rituale.

D.: “Cultura Viva” in che cosa si distingue dal mare di Onlus e associazioni che si occupano di cultura e sociale?

R.: Noi non siamo una Onlus e non abbiamo mai interrotto le nostre iniziative, che ci vedono attivi in tutto il Piemonte, in quanto siamo impegnati in prima persona anche sul piano finanziario per sostenere le nostre attività non aspettando i tempi dei contributi pubblici.

D.: Cosa vuol dire?

R.: Ritengo che il cittadino che si occupi di volontariato non debba rivolgersi a banche o fondazioni. Insomma se io sono in grado di portare a scuola come testimonial lo sportivo figo che spiega e coinvolge i ragazzi sul perché non devono “bombarsi”, penso che lo Stato debba agevolare chi promuove iniziative simili, efficaci sul piano didattico e socioculturale.

D.: Non vorrà tirare fuori la polemica su tagli e grandi eventi?

R.: Noi non ci lamentiamo e andiamo avanti senza fermare i programmi. Ma assistiamo a come si continui a frustare attività di questo tipo mentre soggetti che operano in termini prettamente imprenditoriali vengono privilegiati con fior di contributi. Insomma la Cultura non è grande evento. Esiste una rete capillare di proposte culturali che sono alla base del contatto con la gente e dello sviluppo di iniziative creative.

D.: Ma voi avete delle difficoltà?

R.: Abbiamo le difficoltà di tutte le associazioni. Recuperare contributi è sempre un’impresa e nella nostra realtà ricorriamo all’autofinanziamento, in questo modo restiamo come detto sempre operativi anche senza attendere contributi esterni, tuttavia capisco quelle realtà che fanno molta fatica a sopravvivere.

D.: Cosa chiedete alle istituzioni?

R.: Richiediamo una maggiore sensibilità in modo da evitare che gli interventi verso la cultura si incanalino e privilegino i cosiddetti grandi eventi mentre vi è una rete capillare di una miriade di proposte culturali che sono alla base del contatto con la gente e dello sviluppo di iniziative creative.