Qualche giorno fa, come ogni 13 dicembre, tutto il mondo ha festeggiato Santa Lucia, la martire siciliana legata a numerose leggende e tradizioni della nostra Penisola. Ma chi fu realmente questa donna e perché ha un ruolo così importante nella vita e nella Comedia del Sommo Poeta?

 
(“S. Lucia” di Francesco del Cossa, 1472)

Nata a Siracusa nel 238 d.C., Lucia visse al tempo delle persecuzioni ordinate dall’imperatore Diocleziano. Denunciata come cristiana dal fidanzato rifiutato, fu condannata prima alla prostituzione e poi al rogo ma, uscita indenne dalle fiamme, venne infine decapitata. La leggenda, forse legata al suo nome – Lucia, da lux, luce – narra che prima della morte si fosse strappata gli occhi che avevano fatto innamorare il suo delatore, motivo per cui divenne protettrice della vista, dei ciechi e, in tempi più recenti, di oculisti ed elettricisti. La sua canonizzazione, voluta da San Gregorio Magno, ne diffuse il culto in tutta la cristianità dando vita a una lunga serie di credenze popolari ancora in auge in tante regioni del nostro Paese, come quella diffusa in alcune zone del nord Italia che la vede portatrice di dolci e doni insieme al suo asinello proprio nella notte della sua festa.

“Venne una donna e disse: I’ son Lucia”. Così Dante, con pochi versi di semplice bellezza, fa presentare questa santa, una delle figure più silenziose ma decisive dell’intera Commedia: luce nella notte dell’uomo smarrito, simbolo della grazia che illumina e guida verso Dio l’uomo smarrito.
Pochi ricorderanno che insieme a Beatrice, Lucia è infatti l’unico personaggio del Poema ad essere presente, direttamente o indirettamente, in tutte e tre le cantiche, e fa parte delle cosiddette “tre donne benedette”, concepite come tre sorelle nello spirito in quanto declinazioni della Grazia divina e protettrici del cammino del protagonista:la vergine Maria è la Grazia preveniente, dono gratuito di Dio a tutti gli uomini, concesso ancora prima di un reale bisogno ed indipendentemente dal merito; Beatrice è la Grazia cooperante o santificante, ovvero quella che, con la collaborazione dell’uomo e della ragione, aiuta a raggiungere la verità e la salvezza; e infine Lucia, posta fra le due a simboleggiare la Grazia illuminante, concessa da Dio agli uomini per aiutarli a discernere il bene dal male.

Sulle prime due credo non vi siano dubbi, ma come mai a quest’ultima è riservato un posto così importante all’interno del racconto? La risposta la offre lo stesso Dante nel suo Convivio (1304–1307), III trattato, capitoli XIV-XV: “E questo è quello per che molti, quando vogliono leggere, si dilungano le scritture dalli occhi, perché la imagine loro vegna dentro più lievemente e più sottile; e in ciò più rimane la lettera discreta nella vista; e però puote anche la stella parere turbata. E io fui esperto di questo l’anno medesimo che nacque questa canzone, che per affaticare lo viso molto a studio di leggere, in tanto debilitai li spiriti visivi che le stelle mi pareano tutte d’alcuno albore ombrate”. Il poeta racconta di aver sofferto in gioventù di una grave malattia agli occhi, probabilmente dovuta all’eccessivo affaticamento causato dalle letture. Fu costretto a portare bende e a restare per mesi in una stanza fredda, secondo le pratiche terapeutiche dell’epoca. Dante descrive i sintomi con precisione sorprendente: vista offuscata, percezione alterata delle stelle, difficoltà visive che oggi gli studiosi riconducono all’astenopia, disturbo caratterizzato da offuscamento, secchezza oculare, cefalea, nausea e perdita dell’equilibrio e dal quale egli guarì dopo tante sofferenze e preghiere alla Santa, alla quale rimase fedelmente devoto per tutta il resto della vita, così come conferma anche il figlio Iacopo, nel commentario dedicato al capolavoro paterno.

Non è un caso dunque che il Poeta fiorentino scelga di far intervenire Lucia con la sua presenza tanto discreta quanto determinante, proprio in tre momenti difficili del suo cammino.
Nel canto II dell’Inferno, durante una crisi di profonda sfiducia, Virgilio rivela a Dante la “staffetta salvifica” che si è mossa in suo favore: Maria lo affida a Lucia (“Or ha bisogno il tuo fedele di te, e io a te lo raccomando”) e Lucia a sua volta, “nimica di ciascun crudele”, sollecita Beatrice a intervenire (“Beatrice, loda di Dio vera, ché non soccorri quei che t’amò tanto…”). L’epiteto scelto dal Poeta sottolinea la fierezza della santa e la sua carità attiva, propria della grazia che non resta inerte. Così, rassicurato dalla rivelazione del disegno celeste, Dante trova finalmente il coraggio di entrare nella selva.

Nel Purgatorio, Lucia torna a soccorrere il poeta nel momento di passaggio dall’Antipurgatorio al Purgatorio vero e proprio. Dopo essersi addormentato nella Valletta dei Principi, ai piedi del ripido monte, il pellegrino sogna un’aquila dalle piume dorate che lo solleva verso l’alto, in un richiamo mitologico al ratto di Ganimede sul Monte Ida. Al risveglio, Virgilio gli spiega che non si trattava dell’aquila, ma della santa stessa, scesa dal suo “loco beato” per prenderlo con dolcezza materna tra le braccia amorevoli e deporlo alla porta del Purgatorio al fine di incoraggiarlo nel suo percorso di purificazione:Venne una donna e disse: I’ son Lucia, lasciatemi pigliar costui che dorme; sì l’agevolerò per la sua via […] Qui ti posò, ma pria mi dimostraro li occhi suoi belli quella intrata aperta; poi ella e ‘l sonno ad una se n’andaro”.

Ma è solo nel Paradiso che avviene finalmente l’incontro tanto atteso tra i due. Nel XXXII canto, prima dell’Inno alla Vergine di San Bernardo e della visione di Dio che chiude l’opera, è lo stesso San Bernardo a presentare Lucia a Dante: “e contro al maggior padre di famiglia [Adamo] siede Lucia, che mosse la tua donna [Beatrice] quando chinavi, a rovinar, le ciglia”. Lucia siede dunque nell’Empireo, nella Candida Rosa al cui centro risiede la Vergine Maria, tra Adamo, Mosè, Sant’Anna, San Pietro e San Giovanni Evangelista. Lucia, la giovane vergine siracusana, martire al tempo delle persecuzioni di Diocleziano è proprio lì, tra angeli e beati. La “luce” che salva l’uomo smarrito nell’oscurità del peccato, colei che avvia il cammino di salvezza e riscatto nel Purgatorio, viene posta dal suo fedele nella “beata corte del cielo” accanto ad Anna, madre della Vergine, a Mosè e a San Giovanni Evangelista. Una presentazione tanto fugace quanto potente, racchiusa in una semplice frase che conferisce un senso all’intero percorso: Lucia è colei che ha sollevato lo sguardo del poeta, non più chinato e ferito, ma purificato e finalmente pronto a contemplare “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”.

Alla fine del viaggio, Santa Lucia appare dunque per ciò che realmente è nella visione dantesca: luce della speranza, “occhio dell’anima”, simbolo della fede che permette di riconoscere l’amore del Creatore. Come ricorda Giuseppe Giacalone, grande studioso di Dante, questa donna è per il poeta non solo la martire venerata, ma il segno stesso della speranza, il percorso da seguire, la grazia illuminante che rischiara il cammino umano nei momenti di smarrimento e il tramite imprescindibile della missione redentrice di cui Dante è destinatario e, grazie al suo poema, portavoce.

Con i suoi brevi ma essenziali interventi, Santa Lucia guida Dante – e con lui ogni lettore – fuori dall’oscurità del peccato verso la luce della redenzione, mostrandoci che con l’aiuto divino, che la salvezza è sempre possibile.


(W. Blake, S. Lucia porta Dante addormentato sulla soglia del Purgatorio, 1824)

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