A Bruxelles, da poco terminata, una gran mostra “Berlin 1912 – 1932”, perfetta congiuntura tra arte e storia.
Una Berlino vista con lo sguardo crudele e beffardo di chi come Otto Dix e George Grosz non perdona gli ipocriti, ma anche dei cineasti, architetti e fotografi, che riscrivono una grande città in ricostruzione, che guarda al futuro e al progresso. Mostra che focalizza l’attenzione ai cambiamenti sociali e utopie: l’uomo nuovo, la nuova donna, il nuovo pragmatismo , il nuovo edificio, la nuova fotografia.
Pittura, grafica e fotografia, con l’esasperazione dei colori e un linguaggio incisivo, immediato, a volte eccessivo, con colori violenti e innaturali, linee dure e spezzate, tutto ci racconta di quell’epoca, dell’avanguardia urbana e della guerra, della rivoluzione e dell’utopia, del mito di Berlino, una città in cui tutto sembra possibile.
Povertà, lusso, creatività, avventurieri della notte e del giorno, tra le vetture a cavallo, tram, macchine, cavi ciondolanti, smaliziate ballerine dei cabaret, in un miscuglio colorato e tollerante, una moltitudine di gente vive un conto alla rovescia; e come asserisce Jozef Peeters, artista belga “in una città come Berlino, gli estremi più grandi hanno il diritto di esistere. Lì, un’attività senza precedenti si sviluppa in una vita rapidamente transitoria”.
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