Intervista a Veet Sandeh, fondatrice e curatrice del Divine Queer Film Festival: “Più consapevolezza e meno etichette”

Abbiamo posto alcune domande a Veet Sandeh. Attivista per i diritti civili delle persone trans, fondatrice e curatrice del “Divine Queer Film Festival”, nato dieci anni fa da un’idea, sorta in Turchia, condivisa con il giornalista Murat Cinar e il docente universitario Achille Schiavone.
Il Festival, proposto dall’associazione Taksim, vede in programma 14 pellicole in concorso, dal 15 al 17 maggio in Via Baltea 3, a Torino.
Sarà un’edizione speciale dedicata proprio a Divine, musa ispiratrice della rassegna e anima combattente che ha rivoluzionato la cultura queer e il cinema underground.

Un crudo e aggiornato spaccato sulla realtà vissuta dalle persone trans e sul mondo queer.

Sito ufficiale del Divine Queer Film Festival 20126, con il programma: divinequeer.it

– Anarchia, India, spiritualità, difesa delle minoranze, chi è Veet Sandeh?

“Da giovane, come Alessia, dopo aver frequentato la Comunità Saman di Mauro Rostagno, e collaborato con la nota rivista anarchica “Re Nudo”, ho passato 14 anni girando in India, partendo all’improvviso senza sapere nulla. Una scelta a dir poco coraggiosa. Seguendo la scuola e il pensiero di Osho sono diventata Sandeh.  Tornata in Italia mi sono occupata di diritti e minoranze con spirito aperto e mai ghettizzando le categorie, come nello spirito queer”.  

Veet Sandeh, la protagonista della nostra intervista.
Veet Sandeh, la protagonista della nostra intervista.

– Com’è nata l’idea del Divine Festival?

“Nel 2015 presentai, all’Università di Ankara, il mio docu-dramma autoprodotto di 33 minuti “Metamorfosi, la strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza”. Una storia in cui racconto il passaggio da Alessia a Sandeh. Ero insieme al giornalista turco Murat Cinar e al docente universitario torinese Achille Schiavone, anch’essi fondatori e  tuttora promotori del Divine Festival.
“Perchè non proponete un festival a Torino?”, fu questa la domanda a farci subito impegnare per realizzare il Divine che, nel 2016, ebbe la sua prima edizione.
Tutto grazie a quella domanda e allo stimolo della incredibile attivista transgender Buse Kilickaya, fondatrice dell’associazione Pembe Aayat di Ankara, impegnata sui diritti e contro le discriminazioni delle persone trans in un paese in cu,. per minoranze, migranti, curdi, armeni e comunità LGBT il quadro è pesante. Il nome Pembe Aayat è ispirato a un film del 1977 “Ma vie en rose” che racconta la storia di una ragazza nata in un corpo maschile”.

– Un Festival molto diverso dal Lovers?

“Il nostro è un Festival autoprodotto, indipendente, a ingresso gratuito, con proiezioni, talk, sfilate, performance, oltre ai 14 i film in concorso (provenienti da dieci paesi) e tre fuori concorso in programma. Una realtà che parte dal basso, senza grandi sponsor e appoggi, esprimendo quella visione queer che è molto più ampia di quella classica LGBT e comprende anche chi è diversamente abile, chi emigra, chi usa l’arte in modo diverso, con una diversa abilità. Queer è divino, come le persone al confine che nessuno considera. Vi è poi la componente transfemminista, oggi quanto mai attiva. Un contesto che, oltre ai film, è un importante occasione di incontro e confronto”.

Cosa caratterizza questo decennale? 

“Sarà centrale il focus dedicato al mito di Divine (Harris Gelnn Milstead), icona drag, musa ispiratrice della rassegna e anima combattente che ha rivoluzionato il cinema underground e la cultura queer mondiale. Oltre al concorso, saranno importanti e svariati i momenti di incontro e approfondimento, tra mostre fotografiche e sfilate”.

– E la scelta di Barriera di Milano?

“E’ un risultato molto significativo festeggiare i dieci anni  in Barriera di Milano, un quartiere poco considerato a livello politico, tanto più per eventi culturali, dove siamo stati ben accolti”.

Vi è anche una sezione Kids rivolta ai giovanissimi e ai loro genitori?

“Per la prima volta vi è una sezione for Kids & Teens, seguita e curata dall’ associazione dei genitori Gender Lens, rivolta a Kids e teenager, con una sezione di cortometraggi e cartoni animati che saranno proiettati domenica mattina per bambini e adolescenti”.

– Una realtà nel mirino dei conservatori che si indignarono per il cartone animato Peppa Pig con due mamme?

“Per noi è giusto affrontare queste tematiche, lasciando all’associazione dei genitori coinvolti, con cui collaboriamo, piena autonomia. Un buon motivo per continuare a lavorare con le famiglie che vivono queste realtà spesso ancora represse”.  

– Cosa caratterizza i film in programma?

“I film proposti devono avere un risvolto positivo, con un’apertura al possibile”.

Tanto pubblico all'edizione 2025.
Tanto pubblico all’edizione 2025.

– Chi è oggi Sandeh e di cosa si occupa dopo tanti percorsi?

“Dal 2016 ho lasciato il movimento come impegno politico diretto, privilegiando l’organizzazione del Festival e occupandomi di aiuto e ascolto di persone transgender e transessuali senza fissa dimora, con problemi di casa, tossicodipendenza e psichiatrici. Insieme all’associazione l’Arca di Arcan abbiamo aperto lo sportello Orienta Queer, associandolo allo sportello Orienta Donna, presso il Drop In di Torino.
Vi è anche SpoT, lo sportello Trans (a cura dell’associazione Maurice), in via Stampatori, preziosa risorsa e punto di riferimento per le persone T che decidono di intraprendere il percorso della propria identità”.

E il suo sogno anarchico?

“Il mio anarchismo è spirituale e non ha nulla a che spartire con iniziative violente”.

 –In conclusione: cosa spera, cosa auspica oggi, dopo tanti anni di impegno sociale e personale?

“Che i mondi LGBTQI+ prendessero consapevolezza che definirsi, etichettarsi e separarsi siano modalità che creano conflitti e non aiutino le lotte del movimento. Comprendo che una società ha bisogno di classificare, etichettando, per separare e poter governare. Viviamo un periodo storico dove ritorna la “caccia alle streghe”, dove si inizia a levare diritti, accusando chi vive ai margini di essere causa dei problemi sociali.
Le persone T hanno sempre lottato in prima fila per i diritti di tutti e tutte, senza mai risparmiarsi, eppure sono state zittite e lasciate come decoro sui carri del Pride. Da qualche anno c’è stata una ripresa di parola e la consapevolezza è cresciuta in quei mondi T che si confrontano e si affacciano nella società come individui nel pieno diritto di esistere.
Auguro al movimento un’evoluzione di consapevolezza senza più definizioni e etichette: siamo umani in cammino, ognuno con il suo personale percorso, guidati e sostenuti dall’arcobaleno”.

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