L’Arabia Saudita ha sospeso l’uso delle basi militari e dello spazio aereo statunitensi per un progetto chiamato “Project Freedom“, mirato ad aprire lo Stretto di Hormuz.
L’alleanza tra Arabia Saudita e Stati Uniti, consolidata da decenni, insieme a quella con gli sfarzosi emirati del Golfo, viene messa in discussione dal momento in cui questi paesi non si sentono più protetti dallo scudo americano. Un vero shock, per una tutela militare considerata un punto fermo assoluto.
Questo a seguito delle discutibili mosse del tycoon Donald Trump, che hanno infiammato lo Stretto di Hormuz, mettendo in difficoltà tutto l’occidente, dopo l’attacco all’Iran dei ayatollah.
Intanto, non si ferma la minaccia di missili sugli emirati, sempre più sorpresi e diffidenti. Attacchi che hanno portato seri danni ad infrastrutture fondamentali per la produzione e l’export del greggio e su basi militari, che sono stati sempre minimizzati da Trump.
I droni-missili sugli emirati, sono la reazione di un regime iraniano sempre più preda dei falchi, che manifesta comunque resilienza, tenuta, precisione e incredibili riserve del suo potenziale bellico, nonostante i bombardamenti di Israele e degli americani.
Una reazione e resilienza che ha sorpreso, destabilizzando l’intera area, oltre al fatto di essere in grado di mettere in ginocchio le economie mondiali con il blocco dello Stretto di Hormuz.
Un quadro di incertezza che vede crescere ,in modo esponenziale, il ruolo di Pechino sul piano commerciale e per gli investimenti nell’area. Questo alla vigilia della visita di Trump in Cina dove, per la prima volta, gli americani non saranno i primi della classe.
Il tutto in un contesto geopolitico in ebollizione (vedi sviluppi Nato, Onu, Opec) che vedono Trump mettere in discussione anche il suo ombrello militare verso la matrigna Europa. Quello che è stato uno degli aspetti chiave degli assetti geopolitici base dal dopoguerra, che assicurava protezione in cambio di affidabilità politico economica e disponibilità verso le basi USA.
Restrizioni e dazi che hanno comportato segnali di ripresa per un’iniziativa europea alquanto statuaria, anche per la presenza di crescenti forze sovraniste.
Proclami e listini di borsa
I proclami di vittoria, di tregua, di ripresa bombardamenti a tappeto e di imminenti accordi pronunciati dal Trump hanno immediati riflessi sulle borse mondiali (che nel complesso hanno tenuto, rispetto ai prezzi in ascesa del greggio), con più che evidenti guadagni per chi può conoscere in anticipo, investendo cifre importanti le reazioni del mercato, anche di brevissimo termine.
L’accordo di Obama oggi sarebbe grasso che cola
Sulla forte volontà di arrivare a un accordo con Teheran (che fermi una guerra costosa, riaprendo la circolazione di Hormuz e vincolando il pericolo nucleare iraniano) c’è da dire che, se le cose andassero bene, ma non sarà semplice, si potrebbe forse arrivare a quegli accordi raggiunti da Obama con gli ayatollah nel 2015 sul nucleare, con il supporto di Russia e Cina.
L’intesa fissava forti limiti e controlli, ma ammetteva un nucleare per usi civili, e fu proprio Trump, fresco del suo primo mandato, a far saltare il banco. Ora un accordo simile a quello raggiunto del 2015, da Trump stracciato, sarebbe grasso che cola, tanto più nell’attuale contesto ad alta tensioni geopolitica, con le implicazioni sulle riserve energetiche a livello mondiale.
Terremoto geopolitico
Il terremoto geopolitico scatenato dalla guerra all’Iran ha avuto sviluppi inattesi anche per gli strateghi americani, destabilizzando un’intera area, senza incidere di fatto sul regime repressivo degli ayatollah, che si è ulteriormente radicalizzato, facendo quadrato partendo dallo scontro bellico e dall’esaltazione di un identità nazionale, nonostante le forti difficoltà interne per un regime sanguinario capace di uccidere e condannare a morte decine di migliaia di giovani che protestavano per la libertà, a gennaio di quest’anno.
I bombardamenti sull’Iran
Questo a seguito di un’iniziativa bellica, fortemente voluta dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu. Nel giugno 2025 vi sono stati i dodici giorni di conflitto con massicci attacchi aerei di Tel Aviv su infrastrutture nucleari, basi militari (e non solo) in territorio iraniano. A fine febbraio 2026 una missione congiunta con gli Usa ha bombardato in modo esteso obiettivi militari civili e industriali, oltre che gli uffici del potere degli ayatollah.
A quanto pare, per questi leader e autocrati di estrema destra, la guerra è una sorta di assicurazione di consenso e di rafforzamento politico, in un contesto in cui tutto è ammissibile e annessibile, specie quando il diritto internazionale viene piegato alle logiche del più forte.
Non a caso il primo ministro di Israele è impegnato in continui e perduranti attacchi a tutto campo in Cisgiordania e Libano, oltre ad essere sempre pronto a bombardare l’Iran. Attacchi che, oltre ai palestinesi, con la sistematica distruzione dei villaggi, operata da coloni sempre più aggressivi in Cisgiordania, hanno messo a dir poco in difficoltà anche la comunità cristiana (sempre più esigua) e quelle tradizioni di coabitazione interreligiosa.
Le ferrovie tra Teheran e Pechino
Nella generale incertezza si registra il crescente ruolo del gigante calmo e potente cinese, che continua a investire nel mondo arabo e in Africa, puntando molto sull’Iran, da cui importa gran parte del suo fabbisogno petrolifero, supportando il proprio commercio, anche potenziando il ricorso a importanti infrastrutture ferroviarie, traTeheran e Pechino, preziose per fronteggiare i problemi legati al commercio via mare per la crisi di Hormuz.
La tenaglia di Hormuz
Dietro i proclami di vittoria e di nuove operazioni militari c è la volontà di arrivare ad un accordo che garantisca la circolazione in quello Stretto di Hormuz che vede ora ferme centinaia di petroliere.
Un tratto fondamentale per l’economia mondiale, largo solo 33 km, dove transita circa un quarto del petrolio mondiale che, in tempi ordinari, registrava il passaggio di 21 miloni di barili al giorno, diretti soprattutto verso l’Asia. Inoltre, vi passa un quinto del gas naturale liquefatto (GPL) mondiale.
Una guerra impopolare
Ancora una volta i piani di Trump, spinti secondo alcuni da Netanyahu, hanno fallito l’obiettivo e ora la Casa Bianca punta ad un accordo per evitare il protrarsi di uno scontro che ha determinato un crollo totale della popolarità di Trump (alle prese con le elezioni di Midterm, in programma ad inizio novembre) in tutto il mondo. Un Trump che ora deve fare i conti con alleati del Golfo che non si sentono per niente sicuri. Ricordiamo che anche i rapporti tra tra sciti (iraniani) e sunniti (arabi del golfo) si erano andati riavvicinando, prima dell’attacco americano e israeliano.
Per ora la tattica iraniana tiene in scacco i paesi del Golfo e il mondo intero e costringe gli Stati Uniti a un accordo, nonostante i proclami bellicosi di Trump, impelagato in una guerra che costa si stima oltre 40 miliardi di dollari.
Nuove tensione politiche nel Golfo Persico
Le drastiche conseguenze della guerra nei paesi del Golfo hanno avuto importanti conseguenze destabilizzanti su apparenti consolidati equilibri. Come la rivalità tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Le monarchie del petrolio, dopo i missili iraniani e i dubbi sulla “protezione” americana, hanno cominciato a guardarsi intorno in modo scomposto e non coordinato sul piano geopolitico.

Le logiche affaristiche di Trump
Un quadro che parte da una visione trumpiana che relativizza ogni discorso di alleanze. Un fatto visibile nei rapporti con l’Europa e con le sue problematiche relazioni con le istituzioni sovranazionali (Nato, Onu, OMS), tutte rimesse in discussione dal tycoon, sempre pronto a riprendere con le minaccia di dazi e con il proposito di nuove operazioni di annessione territoriale (dopo il Canada e la Groenlandia, ora punterebbe su Cuba).
Una linea di politica estera, quella del tycoon, assolutamente disinvolta, che non punta sulle svolte democratiche, privilegiando sempre il mero business (vedi accordi sulle terre rare in Ucraina o il lasciare immutato il quadro politico in Venezuela, sequestrando e incarcerando il solo Maduro, dopo aver ripreso la gestione delle ingenti risorse di petrolio locale).
Un America svincolata
C’è infatti chi si chiede a ragion veduta se il non impegnarsi nella difesa dei paesi amici nel Golfo sia una premessa di quello che si potrebbe registrare verso l’aggressività della Cina (Taiwan), Russia (Ucraina) e Corea del Nord, chiudendo una copertura militare consolidata dal dopoguerra basata sullo scambio tra sicurezza e fedeltà geopolitica, forgiato su affari economici e sulla presenza di basi militari e missilistiche. Un accordo che il ritiro dalla Nato potrebbe mettere in discussione. Non a caso, sia la destra Maga che Putin puntano molto su movimenti di estrema destra sovranisti per scardinare il soggetto europeo.
Un quadro reso incerto dalla assoluta e improvvisa revocabilità delle posizioni trumpiane che ha scosso gli ex alleati del Golfo, costretti a pesanti investimenti in difesa, cercando una propria autonomia strategica, puntando, ognuno per conto suo, a nuove alleanze, strategie e investimenti. Un quadro che rende possibile anche l’uscita dal cartello dell’OPEC, cercando nuovi accordi commerciali, in un mondo sempre famelico di oro nero.
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