“Perché non scrivi su questo libro?”, mi ha chiesto l’amico Paolo Pazzi di “Orlando Magazine”.
“Ma perché?”, replico.
“Perché è la storia originale di una donna speciale. Un libro che mi ha molto colpito”.
L’approccio puro e disinteressato mi ha subito convinto, nella marea dei libri in uscita.
Parliamo della livornese, figlia di una famiglia bene, Monica Giorgi. Una famosa tennista degli anni ’60-70, rimasta per tutta la vita coerente a quello spirito anarchico che sopravvive nella sua Toscana.
Una vicenda coinvolgente raccontata nel libro “Domani si va al mare. Wimbledon, anarchia, prigioni, esilio e nuovi mondi”, scritto con Serena Marchi, editore Fandango, presentato al Premio Strega 2025.

Un talento del tennis, classe 1946, immolato all’attivismo politico. Una dimensione oggi impensabile nel mondo del Grande Fratello e di TikTok.
Il suo impegno solidale verso i carcerati e per le iniziative dei compagni, vide una svolta quando rimase coinvolta (condanna per associazione sovversiva) in un rapimento a scopo politico. Coinvolgimento del quale si è sempre proclamata innocente. In questa dura condizione ebbe la solidarietà di quell’Adriano Panatta che la Giorgi aveva duramente criticato, dandogli anche del fascista, per la partecipazione alla Coppa Davis 1976, nel Cile insanguinato di Pinochet. Anche se in quell’occasione sia Panatta che Barazzutti indossarono una celebre maglietta rossa per protestare contro la dittatura.

Una testimonianza preziosa per capire un’epoca in cui l’impegno politico e sociale rappresentava un mantra per intere generazioni nate e cresciute sugli echi della rivoluzione giovanile post ’68, nel cuore degli anni di piombo, in uno dei periodi più turbolenti della storia italiana. Ricordiamo che in quell’inizio anni ’80, in cui giocò a Wimbledon con Lea Pericoli e Panatta, ci furono le uccisioni di Piersante Mattarella, del professor Bachelet e Walter Tobagi, oltre ai morti dell’Itavia ad Ustica e la strage di Bologna.

Fece scalpore la maglietta che la Giorgi indossò, in una Johannesburg ancora preda dell’apartheid, in cui era ritratto un nero e una bianca che facevano l’amore. Le costò una squalifica di un anno da parte della Federtennis, con la motivazione: “Indegna di rappresentare l’Italia”.
“Preferisco essere illusa, piuttosto che pregiudizievole. Certo rischio la delusione, ma è da lì che scaturisce consapevolezza. Il processo mi ha fatto scoprire la mia dabbenaggine: siccome sono presuntuosa, ci sono passata sopra. Vede, io penso in livornese, che non è una lingua, è un vernacolo: viene da verna, schiavo, e lo schiavo subisce”.
E su Panatta:“Ci siamo voluti molto bene. Tra tanti bifolchi qualunquisti, l’unico maschio con cui potevo parlare era Panatta. Quando giocavamo il doppio insieme e ci facevano un lob, fermava la palla: alt, qui lo smash lo faccio solo io!”,

Sono alcune riflessioni della Giorgi, ora 80enne, espresse in un’intervista sul Corriere della Sera del 2025.
Una storia piena di passione di lotta, di sincera espressività di una donna coraggiosa e di una grande sportiva. Una testimonianza decisamente ben raccontata dal libro e ora capisco l’entusiasmo di Paolo nel volerlo evidenziare.
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