Se c è un protagonista nel successo, per nulla scontato, del No (53.74% contro 46,26%) nel referendum sulla giustizia voluto da Giorgia Meloni, è sicuramente il voto di tanti giovani under 30 e il risultato delle regioni del Sud, con un’affluenza del 59%.

Già dalle prime ore di apertura dei seggi si era registrata una partecipazione che non si vedeva da tempo.

E’ stato uno stop tutto politico ad un referendum giustizia che, partendo dalla revisione di alcuni articoli della Costituzione, avrebbe dovuto aprire le porte alle riforme della Meloni, per arrivare al contestatissimo premierato. Ed è interessante come sia stato il direttore di “Libero”, Maurizio Belpietro, ad ammettere che questo voto rappresenta uno stop alle riforme, a partire proprio dal premierato.

14 milioni di No testimoniano una reazione tutta politica rispetto ad una riforma della giustizia complessa e confusa che tocca la Costituzione. In ogni caso, una riforma sicuramente necessaria, ma non attraverso un referendum che ha spaccato il paese e senza avviare un serio dialogo tra le parti.

E’ stato un No immediato e senza mediazioni che ha unito generazioni e posizioni più svariate, contro l’arroganza di un governo che si credeva intoccabile, che continua a dipingere un paese che non c è. Un paese in difficoltà, stanco di proclami di presunti successi.

Sul voto, specie giovanile, ha certamente pesato il rapporto privilegiato vantato dalla Meloni con quel Trump dei dazi e delle milizie dell’ICE, responsabile di un attacco all’Iran dalle conseguenze pesantissime ancora imprevedibili, oltre al perdurante massacro in Cisgiordania e Gaza.

In un video sui social, Giorgia Meloni ha tentato di "sdrammatizzare" la sconfitta, parlando di "occasione persa dal paese".
In un video sui social, Giorgia Meloni ha tentato di “sdrammatizzare” la sconfitta, parlando di “occasione persa dal paese”.

Diversi fattori che hanno portato una marea di persone – solitamente perplesse, polemiche, disaffezionate e divise – a mobilitarsi e recarsi orgogliosamente ai seggi con nonni e nipoti. Persone indignate per una situazione economica a dir poco preoccupante (deindustrializzazione e precariato).

Una sonora batosta per il governo, che potrebbe mettere le ali ad un’alternativa. Tuttavia, diversi osservatori hanno messo in guardia da una marea del No che non è automaticamente collegabile ai partiti.

“Non hanno vinto niente”, è il commento del direttore de “Il Secolo d’Italia”, Italo Bocchino, ultra-presente opinionista tv.

Nelle analisi, gli esponenti della destra si consolano parlando di un voto cui non corrisponde un insuccesso politico del governo, e di un paese che ha paura dei cambiamenti, spaventato dai fantasmi agitati dalla sinistra su una magistratura controllata dall’esecutivo e di pericolosi attacchi alla Costituzione, dimenticando le pesanti uscite della stessa leader su Garlasco e la “famiglia nel bosco”, arrivando anche ad affermare che, in caso di successo del No, vi sarebbe stato il rischio di criminali e violentatori messi in libertà.

Le dichiarazioni finali in cui la Meloni, che certamente in questo referendum ci ha messo la faccia, in cui ribadiva come il referendum non mettesse in gioco il suo governo, sono risultate tardive, mentre scoppiava l’ennesima “leggerezza” del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, come sono state definite dai suoi colleghi di partito.
Anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio è nel vortice delle critiche per diverse uscite ritenute eccessive in campagna elettorale, ma a quanto pare il Guardasigilli sarebbe intoccabile, a differenza del sottosegretario.

Nelle reazioni, il quotidiano “Il Giornale” arriva anche  a sollevare “l’incubo di una magistratura che può arrestarci tutti”, parlando di nuova Santa Alleanza tra Cgil, islamici e anarchici che rivendica il successo.

Da sinistra Angelo Bonelli, Elly Schlein, Roberto Gualtieri, Roma, 23 marzo 2026 (Photo by Mauro Scrobogna/LaPresse)
Da sinistra Angelo Bonelli, Elly Schlein, Roberto Gualtieri, Roma, 23 marzo 2026 (Photo by Mauro Scrobogna/LaPresse)

Insomma, per quella che Alessandro De Angelis ha definito “la figlia del popolo leader normalizzata”, si tratta della prima vera sconfitta, che potrebbe determinare i primi scricchiolii in un governo in cui non si conosce la parola rimpasto e in cui la regola è fare sempre quadrato.
Questo mentre si aspetta un adeguata risposta da un’opposizione in cui il primo ostacolo è rappresentato da una conflittualità e divisione che allontana un popolo, che sarebbe molto limitativo dipingere come quello del No.
“C’è una maggioranza che ha fermato una riforma sbagliata e che ha partecipato per difendere la Costituzione. Una vittoria ancora più bella in quanto si partiva da una sconfitta annunciata. Una vittoria in cui i giovani (61% per il No) hanno fatto la differenza”, è stato il commento di una raggiante Elly Schlein, che ha aggiunto:“Alle politiche batteremo la Meloni”.

Molti degli oppositori a questo governo restano, comunque, convinti della necessità di una riforma della giustizia, equilibrata e garantista per ogni cittadino, che non rappresenti un lasciapassare per quel modello meloniano che conduce al premierato.

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