Dobbiamo ringraziare il candidato sindaco di centrodestra per avere proposto nel dibattito pre elettorale un Hub Culturale a Porta Nuova insieme a grandi eventi che facciano branding (?). Sulle altre proposte enumerate nell’intervista, inutile dire quanto sia totalmente insostenibile una cementificazione della collina per la Tangenziale Est, mentre sul palio sportivo tra le Circoscrizioni non credo si senta la mancanza di una versione sabauda di Giochi senza Frontiere, per di più con premi in palio per chi vince (e chi perde, si tiene la Circoscrizione senza campi o attrezzature sportive?).

Ma la proposta di un Hub Culturale a Porta Nuova lascia ancora più interdetti e merita qualche riflessione.
Innanzi tutto una domanda: stiamo parlando di un luogo di incontro, produzione, interazione artistica e culturale oppure di uno spazio, un edificio, un contenitore culturale?
Perché questi ultimi a Torino esistono e sono spesso inadeguati alle esigenze degli operatori della cultura, dal punto di vista delle dimensioni, dei costi e delle attrezzature: un esempio fra tutti, su cui varrebbe la pena riflettere seriamente, le OGR, che manifestano molte difficoltà, aggravate dalla crisi pandemica.
Il punto vero è che le proposte culturali, gli eventi, i luoghi della cultura devono nascere in relazione con i territori, geografici e umani, con le comunità artistiche, oppure sono destinati ad essere cattedrali nel deserto.
Per esempio nei mesi scorsi è stato approvato dal Consiglio Comunale il PUR (Progetto Unitario di Riqualificazione) di Cavallerizza Reale ed è aperto il bando per le manifestazioni di interesse: lì potrebbero incontrarsi e lavorare insieme la Comunità Artistica che ha autogestito per cinque anni gli spazi e l’Accademia, il Conservatorio, l’Università che hanno già dichiarato il loro interesse ad entrare in Cavallerizza.
Non è difficile immaginare le sinergie possibili tra comunità consolidate e con una mission comune come la produzione artistica.
Se estendiamo lo sguardo agli Hub Culturali del territorio, la nostra città ha un tessuto di realtà vivo, propositivo e diffuso. Solo per fare un elenco, certo non esaustivo, Stalker alle Vallette, le realtà teatrali di San Pietro in Vincoli, i circoli Arci, la rete delle Case del Quartiere, le moltissime esperienze indipendenti, il Community Hub di Via Baltea, il Piccolo Cinema dei fratelli De Serio, Spazio Montanaro di Cristina Pistoletto, Cap 10100, le sette Case Bottega aperte in Barriera di Milano, il Creativity Hub della Città al Cortile del Maglio, ultimo nato.
Sono centinaia di soggetti collettivi, cui si aggiungono gli artisti che hanno deciso di vivere e lavorare sul territorio individualmente, costruiscono ogni giorno proposte culturali con i cittadini proprio lì, nelle famose e cosiddette periferie. Hanno bisogno di sostegno economico, logistico, sociale che dia continuità al loro operato, devono avere un riconoscimento culturale forte per la loro funzione vitale principalmente dagli Enti Locali e non solo dai bandi delle Fondazioni ex bancarie. Ma non dimentichiamo che a Torino abbiamo molte importanti Istituzioni Culturali, Musei, Saloni, Festival, Fiere d’Arte, Fondazioni Artistiche, in cui operano persone capaci e preparate.
Una parte di esse si sono spese sul territorio con proposte e iniziative: GAM e Castello di Rivoli, Torino Jazz Festival quando aveva il glorioso Festival Off (quest’anno sospeso per ragioni pandemiche), la sezione Off del Salone del Libro, Flashback e l’intervento in Piazza Bottesini, Opera Viva Barriera di Milano. Quello che manca è la permeabilità, la relazione, la progettazione comune tra Istituzioni Culturali e territori, soprattutto il coordinamento e lo stimolo propositivo della Città.
Vogliamo finalmente pensare ad una stagione di intrecci, di contaminazione sociale, di costruzione di un Hub Artistico Culturale diffuso in tutta la città, cui partecipino tutti?
Vogliamo immaginare Torino come un unico palcoscenico, una grandissima galleria d’arte, una sala concerti spalmata sul territorio, i cui protagonisti siano gli operatori dell’arte e della cultura insieme ai cittadini, in cui le Istituzioni investano economicamente ma prima di tutto politicamente, in cui gli scrittori, i musicisti, i curatori, i performer, gli artisti della città e quelli invitati da fuori propongano opere, idee e progetti nei quartieri ai cittadini che li abitano?
E’ possibile qui ed ora, a Torino, semplicemente valorizzando, coordinando, dando riconoscibilità sociale a ciò che oggi si muove in città, come deve fare un Ente Locale vicino ai cittadini.
Il tutto a costi sociali, economici e logistici ridotti, sostenibili già da subito, affiancando le proposte di enti e fondazioni che vanno nella stessa direzione già da tempo. Una pratica certo molto più credibile e realizzabile che l’ideazione di falansteri culturali destinati non si sa a chi e non si sa per cosa.
di Alessandro Stillo*

*Alessandro STILLO, operatore culturale, impegnato per anni come dirigente Arci, tra gli ideatori della Biennale Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo, di cui è stato Segretario Generale fino al 2011, poi Direttore Artistico del Padiglione della Società Civile, Cascina Triulza, in Expo Milano 2015. Oggi è Project Manager di Barriera in Divenire – Casa Bottega con l’Associazione Responsability, operatore del Tavolo del Riuso, componente del Direttivo di ViviBalon dal 2001 e Presidente di Rete ONU (Operatori Nazionali dell’Usato).
E’ candidato al Consiglio Comunale di Torino nelle liste di SINISTRA ECOLOGISTA.

 

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