Caravaggio morte e statua a Ladispoli

CARAVAGGIO IN UN BRONZO DI SERGIO BONAFACCIA

L’unica statua di Michelangelo Merisi è a Ladispoli

Caravaggio, in una statua unica in tutto il mondo ad opera del bravissimo pittore e scultore Sergio Bonafaccia.  Il busto di Michelangelo Merisi è stato realizzato da Bonafaccia, due delle sue opere sono esposte nel Museo Ligabue di Parma, ed inoltre è già proprietario di una galleria all’Hotel Villa Margherita di Ladispoli, che un tempo si chiamava Palo (palude), il gallerista pittore ospita abitualmente opere nel suo spazio che dedicò proprio al Merisi, e già fervono i preparativi per la mostra a cura di Bonafaccia di circa 40 dipinti museali del Caravaggio, che si terrà al Villa Margherita sabato 19 giugno alle ore 17:00.

In attesa della kermesse è soprattutto interessante comprendere andando avanti, le motivazioni per le quali la prima statua al mondo del tormentato Caravaggio sia stata posizionata proprio sul lungomare Marina di Palo in provincia di Roma, in una importante inaugurazione lo scorso 15 maggio alla presenza del sindaco Alessandro Grando, e di personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport, tra questi il famoso design Guillermo Mariotto che ha la direzione creativa della Griffe di fama internazionale Gattinoni, e Raniero Testa il campione di tiro al volo con 14 record mondiali.

Il sindaco Grando durante la cerimonia ha ringraziato Sergio Bonafaccia per il progetto e la fattura artistica del busto di Caravaggio, che rappresenterà per sempre la perenne testimonianza dello sbarco del glorioso pittore sulle sponde di Palo.

 

Intrigante e avvincente è approfondire lo sbarco di cui non parla solo il sindaco, ma una serie infinita di studiosi in ogni parte del pianeta: Michelangelo Merisi, detto Caravaggio perché si credeva che il famigerato pittore fosse nato nel paese di Caravaggio, da dove Fermo Merisi e Lucia Aratori, i genitori del pittore, erano originari, prima del loro trasferimento a Milano, luogo della nascita del pittore, che sarebbe avvenuta il giorno di San Michele Arcangelo il 29 settembre 1571, come dimostrato dopo il ritrovamento dell’atto battesimale, a seguito di una scoperta archivistica; il genitore Fermo Merisi, potrebbe essere stato uno dei maestri architetti nei cantieri delle chiese di Milano, o forse secondo altri storici, un modesto architetto di casa dei marchesi della cittadina di origine, che a loro volta si erano trasferiti anch’essi a Milano.

La situazione sulla località di morte di Michelangelo Merisi però è più complicata: il celebre Caravaggio, pittore di fama mondiale, che è uno dei più autorevoli rappresentanti dell’arte occidentale, e che ha esercitato una forte influenza sulla teatrale pittura barocca e il suo fascino viscerale, che conquista ancora oggi i sensi, uno stile pittorico che si diffuse grandiosamente tra la fine del XVI e il XVIII secolo, comprendendo movimenti stilistici spesso diversi tra loro, e che stanno tra il neoclassico e il manierismo, cioè tra il classico emiliano, il rococò e la corrente del caravaggismo, che si costituì appunto dopo la morte del Caravaggio, pittore che però venne dimenticato fino al XX secolo. Definito dal biografo Giovanni Pietro Bellori Michelangelo Merigi, pittore giovane d’ingegno torbido, e contentioso”, Caravaggio ebbe una vita intensa e irrequieta come il suo animo, che è stata oggetto di ricerche, di approfondimenti, di libri, di studi approfonditi, densa di misteri, e di lacune che i critici laboriosamente tentano ancora di riempire, e proprio per quel suo vivere turbolento, che il Merisi dovette così cimentarsi con vari accadimenti, tra questi il cruciale omicidio del 28 maggio 1606 avvenuto durante una rissa, per il quale il prodigioso artista fu condannato a morte tramite il taglio della testa, ed è per quella pena capitale che inizia il giallo sulla dipartita e il luogo di morte di Caravaggio. L’enigma ebbe inizio in Sicilia nel 1609, dove fece una pausa anche a Messina, durante la quale dipinse “Resurrezione di Lazzaro” e  “L’Adorazione dei pastori”, e forse anche “Salomè con la testa di Battista” e L’Annunciazione”, per poi partire nel luglio 1610 a bordo di una feluca per Napoli, dalla città partenopea il Merisi decise di dirigersi a Roma, dove sperava di salvare la sua testa per via della grazia papale, ma gran parte di ciò che accadde durante il tragitto è rimasto segreto per circa tre secoli, fino a quando furono rinvenute alcune missive. Il compianto storico Vincenzo Pacelli, professore all’Università Federico II di Napoli, esperto della pittura napoletana del ‘600, ma ancor più di Michelangelo Merisi, al quale ha dedicato oltre trenta anni, principalmente alla produzione matura del pittore, ai suoi soggiorni meridionali, tra Napoli, la Sicilia, Malta, e al solo studio dell’ultimo anno di vita di Caravaggio, proprio l’anno del suo trapasso, al quale studiosi di varie epoche hanno consumato fiumi di inchiostro scrivendone, e fu proprio Pacelli avvalendosi  dell’apporto di studiosi, di giovani ricercatori nonché di scienziati, medici e filosofi, che nel 1988 trovò negli Archivi di Stato vaticani le lettere di quel lontano anno, ed è sempre uno studio del professor Pacelli, che sposta il luogo della morte dell’artista, la storiografia ufficiale lo definisce morto di malattia a Porto Ercole, ma Vincenzo Pacelli sosteneva “non avvenne per malattia ma fu assassinato da emissari dei cavalieri di Malta, con il ”tacito assenso della Curia Romana”, la sua sarebbe stata una morte violenta, ”un omicidio di Stato” organizzato ”dall’Ordine di Malta, per l’offesa arrecata a un potente cavaliere”.

Il professore Pacelli era fermamente convinto: la morte di Caravaggio non avvenne in Toscana, bensì a pochi chilometri da Civitavecchia, che a all’epoca era il porto di Roma: Palo laziale.

Maledetto fino alla fine dei suoi giorni il dannato Caravaggio sarebbe stato vittima di una congiura contro di lui, le contraddizioni scovate da Pacelli sono state tante, a partire dal carteggio tra il Nunzio apostolico e il segretario di Stato ”curiosamente si smentisce la notizia che Caravaggio sia morto a Procida, un posto con il quale Caravaggio non ha mai avuto niente a che fare, per poi indicare la località di Porto Ercole” diceva Pacelli, mentre il dottor Mancini, medico di Michelangelo Merisi scriveva che era morto a Civitavecchia ”ma su quel documento il termine è cancellato e poi da altri corretto in Porto Ercole”, per di più Mancini parlava anche di “morte violenta”. Inoltre secondo lo storico Pacelli, anche in un altro documento che attesta la morte di Caravaggio reperito nel 2001, ci sarebbe stata volutamente un’altra menzogna, dato che arretrava al 18 luglio 1609 il decesso del grande pittore a Porto Ercole, mentre egli era scomparso il 18 luglio del 1610. I tanti inganni sarebbero stati tessuti dai Cavalieri di Malta e convalidati dalla Curia, con lo scopo di coprire il delitto di Michelangelo Merisi detto Caravaggio, le ragioni spiegava Pacelli ”…a loro poteva far comodo eliminare un personaggio che metteva in discussione i principi della fede dogmatica della Chiesa e trattava le sacre verità senza nessun decoro”, per giunta il professore spiegava l’esistenza di documenti che attestano un arresto di Caravaggio nel feudo degli Orsini (l’attuale Castello medievale di Palo nel Comune di Ladispoli) che ai tempi era presidiato da soldati spagnoli, quindi Caravaggio vi era sicuramente approdato al molo, e sicché non avrebbe potuto giungere morto di malattia sulla feluca a Porto Ercole, e per tanto diventa davvero difficile immaginarlo a piedi percorrere un tragitto di 100 Km di sterpaglia e paludi, dato che a quei tempi quella distanza tra le due località era un percorso estremamente arduo e impossibile, Caravaggio potrebbe essere morto nella fortezza del castello dopo essere stato arrestato.

Un omicidio di Stato è il titolo di un saggio del professore Vincenzo Pacelli, e a sostegno dei suoi studi se mai ce ne fosse bisogno,  ci sono gli scritti che risalgono al 1672 del biografo Giovan Pietro Bellori “…ond’egli quanto prima gli fu possibile, montato sopra una feluca, pieno d’acerbissimo dolore s’inviò a Roma, avendo già con intercessione del cardinal Gonzaga, ottenuto dal Papa la sua liberazione, pervenuto alla spiaggia di Palo la guardia spagnola che attendeva un altro Cavaliere l’arrestò in cambio e lo ritenne prigioniero. E sebbene fu egli tosto rilasciato in libertà, non però rividde più la sua feluca che con le robbe sue lo conduceva…”.

In un altro libro di Pacelli -L’ultimo Caravaggio- vengono riportate altre lettere, tra quelle una è di Deodato Gentile che fu Nunzio Apostolico di Napoli, che il 29 luglio 1610 rispondeva al Cardinale Scipione Borghese “… poiché essendo capitato con la feluca, con la quale andava a Palo, ivi da quel capitano fu carcerato, e la feluca a quel rumore tiratasi in alto mare se ne andò. Il Caravaggio, restato in prigione si liberò con uno sborso grosso di denari … la feluca ritornata riportò le robbe restatevi in casa della signora marchesa Sforza Colonna, che abita a Chiaia e di dove si era partito il Caravaggio …”.

Anche Peter Robb, scrittore nato a Toorak in Australia, e docente alle università di Melbourn, di Oulu in Finlandia, e all’Istiututo Universitario Orientale di Napoli, con il suo libro –M. L’enigma Caravaggio- che è un best seller è arrivato a conclusioni affini a quelle dell’illustre professor Vincenzo Pacelli, infatti Robb ha scritto “Perché nel viaggio di ritorno a Roma Caravaggio fu portato nella remota Palo? E’ questo il fatto più palesemente sinistro, dato che egli dopo quell’approdo non venne più visto. Chi sapeva che stava andando lì? E’ presto detto. Né Scipione Borghese né il Viceré spagnolo, le due personalità che si presumeva sapessero e decidessero tutto e che in realtà nelle loro lettere fanno capire di essere all’oscuro dei fatti. Ma Carafa sapeva: l’Ordine di San Giovanni seppe cosa era successo prima di chiunque altro. Il nemico che Michelangelo Merisi si era fatto a Malta l’aveva infine raggiunto”.

Va detto che nel 1630 già era stato scritto che Caravaggio non era morto sul veliero partito da Napoli per Roma, ma era stato ucciso dopo essere stato inseguito per anni dalla condanna capitale, e principalmente dal forte desiderio di vendetta dei Cavalieri di Malta, che non gli avevano perdonato una gravissima offesa fatta ad alcuni membri del potentissimo Ordine, che però a tutt’oggi resta avvolta in un fitto mistero tutto da dipanare.