La favola del centrodestra unito e l’implosione pentastellata di fronte al ciclone Draghi

L’annuncio dell’arrivo di Mario Draghi al Governo, accompagnato da un immediato rimbalzo della Borsa, ha comportato un cambio di linea per Matteo Salvini che in tv può parlare di centrodestra unito solo rivolto al passato prossimo. Il leader della Lega non può che ripetere il solito mantra di meno tasse e burocrazia. Mentre sulla richiesta di elezioni il tono pare già molto più smorzato dopo il mandato che l’ex governatore della BCE Mario Draghi ha accettato con riserva.

Nel rispondere alle critiche sul sovranismo il Matteo di Pontida sentenzia: “ormai, oltre a essere superate le differenze tra destra e sinistra, non si può più dire che vi sia chi è contro o a favore dell’Europa”. Insomma i sovranisti, a cominciare da quelli polacchi e di altre realtà dell’est e non solo (dove aborto e diritti delle minoranze sono solo da reprimere) sarebbero solo oramai un’impressione o un dettaglio. Ma la variabile sovranista in Europa conta e non poco anche alla luce della svolta democratica negli Usa dopo lo sciagurato tornado Trump.

In realtà il centro destra, per quanto in buona salute per consensi, pare già diviso prima ancora delle tanto decantate elezioni e dalla prospettiva di governare insieme “per il bene del paese in modo concreto senza guardare alle poltrone”. E questo processo pare forzato dall’arrivo dell’esecutivo guidato da Supermario.

Forza Italia con la prospettiva del Governo Draghi, (molto meno tecnico di quanto sembri) potrebbe tranquillamente collocarsi alla guida del Paese procedendo in quel maquillage postSilvio che potrebbe condurre a un nuovo soggetto centrista ed europeista più allargato (ai vari Renzi, Calenda, transfughi sparsi, area cattolica e moderati). Un fatto che isolerebbe Fratelli d’Italia, formazione che orgogliosamente si arroccherebbe nel suo rappresentare, con tanti consensi, l’unica realtà di vera opposizione al “sistema dei poteri forti delle banche e dei banchieri”, mentre una Lega a metà del guado dovrebbe pagare ulteriormente pedaggio.

Tutti questi processi sono avallati da un contesto politico caratterizzato da una sempre più elevata fluidità dei parlamentari e dei loro movimenti.

Un magma informe che è evidente in quell’universo pentastellato che continua nella sua folle corsa verso una graduale implosione. Circa un anno fa avevo evidenziato, su Orlando Magazine, come coloro che ritenevano di essere oltre la politica tradizionale, ammantati da grandi e innovativi ideali che rendevano superflui anche incontri con la stampa e con i rappresentanti “cadaverici” dei partiti, abbiano poi dovuto inevitabilmente fare i conti con la dura realtà.

Una realtà politica fatta di crisi, mediazioni, confronti, fallimenti che sono il sale della politica, appesantita da discutibili riscontri nelle gestioni amministrative a livello locale.

Un contesto in cui tutti i sogni e idealità delle origini sono col tempo sfumati, se non totalmente evaporati, a partire dall’ambizione di imporre un un nuovo sistema fortemente innovativo ed ecologico basato su una sorta di pseudo democrazia diretta. Un sistema che privilegia il voto su una piattaforma privata (Rousseau) e che ora deve fare i conti con le accuse di una base che parla di decisionismo assolutistico da parte dei suoi leader.

Insomma alla fine la variabile politica (quella politica che avrebbe dovuto essere ormai un retaggio del passato) ha pesato nelle continue divisioni e frammentazioni di un movimento che pensava di essere e andare oltre “l’immondizia partitica” e di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Un movimento caratterizzato anche da abbandoni ed espulsioni alquanto anomale nelle altre realtà politiche.

In questo quadro l’unica figura che ha tenuto nel panorama a Cinque stelle è certamente stata quella del leader Giuseppe Conte, specie dal momento in cui si è staccato con grande autorevolezza dall’abbraccio leghista.

Conte ha rappresentato certamente il soggetto più politico e più capace di sintesi e mediazioni tra gli esponenti del suo gruppo. Anche se ora, con l’arrivo del ciclone Draghi, benedetto dall’Europa, dalle istituzioni finanziarie e da Confindustria, un suo eventuale ritorno ai vertici della politica nazionale sembra alquanto improbabile. Anche se in politica mai dire mai.

Non a caso resta l’unico che, nel deprimente e sempre più diviso panorama pentastellato, mantiene un buon consenso di base nonostante la crisi politica. Se farà un partito (ma non dovrebbe perdere altro tempo…) sarà uno dei pochi in grado di catalizzare ancora voti anche dal centro.

In ogni caso la sua collocazione si ritroverebbe nel centrosinistra. Certo la svolta Draghi e le possibili imminenti elezioni, oltre a tutte le incertezze e incognite legate ad un quadro politico e sociale molto pesante, potrebbero ridimensionare ma non cancellare del tutto le prospettive politiche dell’ex capo del Governo.

In verità i giochi in Italia si sono alla fine fatti sempre al Centro. In quella sorta di di galassia democristiana, apparentemente invisibile come la materia oscura, che continua anche nel 2021 ad esistere e pesare, oltre a quel vecchio scudo crociato.

L’implosione pentastellata: cronaca di una morte annunciata

L’arrivo di Mario Draghi potrebbe dare insomma il colpo di grazia a un movimento che ha sempre visto come il fumo negli occhi i governi tecnici.

Se insoddisfazione e malumore erano già forti tra i parlamentari a cinque stelle dopo la sconfitta dell’ipotesi del Conte ter, il clima è diventato esplosivo. Su questo c’è chi ha messo fortemente in discussione l’azione del “traghettatore” Vito Crimi.

Una rappresentanza, accusata di eccesso di decisionismo senza ascoltare la base, che è nel mirino delle critiche di parlamentari pentastellati sempre più divisi tra le sempre più distanti anime in cui si articola la creatura politica fondata da Beppe Grillo. Un contesto in cui torna a farsi sentire l’ala movimentista di Alessandro Di Battista rispetto a quella governativa dei contiani.

Certo per l’ex governatore della BCE, noto come colui che ha salvato l’euro, la fiducia ad un possibile suo Governo oggi non potrebbe fare a meno del consenso pentastellato, per quando ridimensionato. Ma non è detto.

Su questo vi sono sensibilità molto diverse nel movimento in un contesto di generale perplessità che vede l’ipotesi Draghi come il fumo negli occhi.

Un ennesimo banco di prova per un movimento sempre più debole che pare essere, più che sull’orlo di una spaccatura su basi politiche, in vista di un ulteriore progressivo ulteriore sfarinamento. Un fenomeno già in corso che sta facendo perdere progressivamente peso a quel grosso sacco di farina votato a furor di popolo cinque anni fa nell’epoca d’oro di Beppe Grillo. Un tempo che sembra ora lontanissimo. Di certo il quadro politico nei prossimi mesi potrebbe registrare importanti cambiamenti.