Wilardy Fever, una borsa che vale una storia

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Ogni qual volta mia mamma torna ad aprire la preziosa reliquia di famiglia, quel repertorio di sospiri nostalgici, ossia una vecchia valigia, ha gli occhi lucidi e desiderosi di raccontare con un’incontenibile emozione la vita di ogni singolo oggetto. E già perché sfogliare ed indicare con le sue dita tremolanti immagini di riviste o foto d’album fotografici, spiegare un vestito di pizzo o uno scialle di seta, è come sfiorare la sua giovinezza. Questo suscitare emozioni è l’unica ragione di vita di ciascun oggetto o capo che sia esso ingiallito dal tempo, sgranato, sbiadito o diventato di cuore grattugiato.

La magia racchiusa in quel contenitore dal profumo antico, mi incanta a guardare e riguardare scoprendo ogni volta qualche particolare in più che si cela dietro ad esso. Tra i diversi pezzi, c’è una piccola borsa che ho visto in una foto di mamma in abito nuziale, mentre sistema le camelie tra i capelli. In quegli attimi ricchi di preparazione, di attesa mista a piacevole trepidazione pre-cerimonia, è stata posta sul comò la borsetta in bellavista come un oggetto importante.

È una leziosa borsetta in lucite “Wilardy” una sorte di scatola di plastica caramellosa, regalata da una zia americana alla nonna, passata poi alla mamma, di mano in mano ora felicemente nella mia.

La lucite, un vetro acrilico molto resistente sviluppata già nel 1931, solo dopo la seconda guerra mondiale inizia a presenziare ovunque nelle case americane, utilizzata per realizzare qualsiasi cosa, dai mobili ai gioielli alle borse.

Negli anni ’50 la moda era sinonimo di femminilità, bellezza ed etichetta, quindi anche gli accessori come le borse si adattavano a questo spirito, e secondo il libro ‘Fashion Accessories’ di Olivier Gerval, le donne volevano le stesse borse che portavano sullo schermo Rita Hayworth e Marilyn Monroe. A loro volta star e showgirl, erano influenzate da Hollywood che di questa borsetta ne aveva fatto un sogno collettivo riconoscendone la qualità fotogenica per i suoi colori intensi, la superficie spesso opalescente o trasparente, talvolta con l’inclusione di pizzi, strass, cannette e altri motivi ornamentali. Inoltre, la capitale del cinema l’aveva resa un accessorio per connotare certi stereotipi femminili, nati dalle menti creative di sceneggiatori, registi: la pupa del gangster, la donna oca, la svampita. Sul set, ad esempio, erano l’aggettivo che completava la mise di Marilyn Monroe in Giungla d’asfalto o di Dorothy Malone in Dollari che scottano.

In questo nuovo periodo storico si pensava che i materiali e i design moderni fossero l’onda del futuro e queste borsette alquanto curiose, quasi fumettistiche erano l’avanguardia di quel movimento che avrebbe condotto all’antidesign, al design neoeclettico degli anni ‘80 e ‘90.

La borsetta seppur Kitsch, irrazionale, risulta un concentrato di ricercatezza e tecnologia, perfetta nella Wunderkammer contemporanea.

Oggi le borse in lucite, in particolar modo le Wilardy, sono molto ricercate ed amate e chi riesce come me a recuperarne un esemplare è come se avesse in casa un manifesto degli anni ‘50.