Vince Conte, governatore d’Italia, mentre i pentastellati crollano

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Alla fine vince la politica. Nel mondo dei partiti-persona si va imponendo il ruolo dei governatori regionali su un modello che ricalca la realtà americana. In tal senso è eloquente il successo plebiscitario di figure come De Luca, Zaia, Emiliano. Presidenti regionali che ricevono consensi ben oltre i loro partiti di riferimento.

Il risultato di queste consultazioni, che ha dato l’ennesima delusione ad una Lega già pronta a fare festa sulle rive dell’Arno, fa emergere un chiaro ritorno al pragmatismo che registra un ottimo risultato per il Pd di Zingaretti, premiato anche per il suo modo di evitare beghe e polemiche, con il merito di aver coraggiosamente portato il partito sul Si, pur avendo una forte opposizione interna, con una maggioranza di suoi simpatizzanti che han votato convintamente per il No.

intanto si rivela sempre più forte l’ineluttabile declino dei pentastellati in cui, oltre a leader sempre più indeboliti e petulanti, vi è un popolo deluso che, dopo aver sperato in una magica svolta radicale, animata dall’onda grillina, si ritrova con ben poco per continuare ad illudersi, mentre la nave a cinque stelle perde ineluttabilmente pezzi. Una nave che non sembra essere riuscita a diventare un autentico partito di Governo restando di fatto un movimento.

Non a caso il contributo anche di tanti grillini e non solo è risultato importante per la per nulla scontata conferma del candidato della sinistra in Puglia, che ha premiato chi, come il governatore Emiliano, non ha mai smesso di tessere un ponte con quest’area critica ma contigua, anche nei momenti caratterizzati dalla più alta conflittualità tra partiti. Come detto, questi governatori ottengono un consenso che va ben oltre gli schemi partitici e, nel caso pugliese, il risultato ha sorpreso rispetto ai sondaggi.

Il declino annunciato pentastellato ha cancellato i sogni di chi pensava di avere un futuro in mano, teleguidato attraverso la piattaforma Rousseau. Con una sicurezza e un’arroganza verbale che dipingeva come zombie senza futuro i partiti tradizionali, a cominciare dall’odiato Pd.

Oggi chi, come Di Maio, parla sorridente di storica vittoria per la salutare sforbiciata sui troppi parlamentari, (ma bisognerà vedere come e in che tempi questa sforbiciata avrà luogo), per rilanciare il movimento, sempre in chiave populistica, ha invocato nuove iniziative per tagliare il costo dei parlamentari, mentre per il pessimo risultato a livello regionale e comunale non ha potuto far altro , secondo i classici del politichese elettorale, che invocare “un momento di riflessione”.

Questo insistere pentastellato su temi di facile presa populistica, che non sfiorano i veri drammi sociali ed economici, non sembra dare linfa a un soggetto che vive da tempo una profonda crisi, dilaniato da contrasti interni e continui abbandoni.

Saggiamente Beppe Grillo per il “Conte bis” aveva indicato come linea, di fatto priva di alternative, quella del rapporto privilegiato con il Pd. Nonostante personalismi ed eccessi polemici pareva da tempo molto più logico e naturale un rapporto tra Pd e pentastellati che con la Lega. Questo non solo per posizioni ed approcci, ma per le rispettive anime popolari che non avevano mai smesso di confrontarsi e che di fatto non si sono mai sentite nemiche anche nei momenti di più forte tensione tra Pd e M5s.

Di fatto è stata proprio la diversità pentastellata, il suo rifiuto di dialogare inizialmente con la politica tradizionale, con partiti definiti cadaveri in putrefazione senza futuro, (non a caso Grillo definiva “una salma” anche il presidente Mattarella) alla base di una crisi basata su una alla lunga perdente antipolitica. Discorsi che hanno dovuto presto fare i conti con progressive e gravi difficoltà nell’imporre schemi avveniristici, altamente innovativi che hanno caratterizzato i sogni dei suoi momenti d’oro che hanno alimentato i grandi entusiasmi iniziali del movimento. Entusiasmo che ha portato valanghe di voti cui ha fatto rapidamente seguito una progressiva delusione tra tanti simpatizzanti avviata dagli ambientalisti. Questo in una realtà politica che non si è dimostrata un autentico partito di Governo, rimanendo un movimento privo di una vera e propria radicalizzazione territoriale (con le tradizionali sedi e presenze di partito).

Proprio questo sentirsi “oltre la politica tradizionale” ha portato alla lunga i grillini a “sbattere il muso” con una dimensione che è fatta, piaccia o no, di destra e sinistra, per quanto annacquate e criticabili, in un mondo occidentale diviso tra sovranisti alla Trump, la Russia di Putin e l’Europa.

Una realtà quella pentastellata che avrebbe dovuto essere di forte impulso innovativo su basi ecologiste ma che ha troppo strizzato l’occhio al mondo cinese. Quella Cina che detiene un potere enorme non solo sul piano commerciale, ma soprattutto per la sua finanza in grado di detenere e sostenere anche il debito americano.

In questo contesto oggi il vero vincente è il premier Conte che è riuscito a imporsi come un prezioso, autorevole ed equilibrato referente della politica italiana, con un consenso elevatissimo in un momento carico di difficoltà da lui fronteggiato con concretezza. Un vero punto di riferimento per quell’asse di buon senso tra pentastellati, Pd, progressisti e non solo. Un simbolo di stabilità che ha incontrato un generale consenso. Tra l’altro la vittoria del per nulla scontato e tanto criticato (anche dal fuoco amico) Michele Emiliano è un segno di questa nuova linea di ragionevolezza in cui dialogo e concretezza contano più che di slogan di corrente e sempre meno influenti. Una vittoria in cui la gente ha contato più delle divisioni tra partiti ed Emiliano, nonostante il mancato appoggio pentastellato, resta convinto del ponte gettato alla base grillina e non solo nonostante gli attacchi dei loro vertici.

E’ evidente come ormai tra la linea movimentista di Di Battista e il pragmatismo di Conte non vi siano molti margini di condivisione. Certo il No al referendum, che ha riguardato l’ala più “intellettuale” della sinistra e i critici di ogni partito, ha ottenuto un buon risultato che rappresenta una sorta di sentinella verso quelle modifiche costituzionali che hanno sollevato non poche perplessità ed incognite.

Insomma un voto che ha riportato al pragmatismo e che ha dato ossigeno ad un Pd che sembrava soffocato da silenzi e polemiche interne, ridando forza al suo leader Zingaretti.

Certo un contributo importante alle forze che sostengono il Governo Conte è arrivato anche grazie agli aiuti in programma da questa nuova Europa meno matrigna. Un’Europa che sta smontando i temi dei sovranisti.

In conclusione un fattore sociopolitico di cui bisogna tenere conto è l’alta fluidità non solo del voto ma anche delle appartenenze politiche. Un tema che dovrebbe preoccupare la tenuta di diverse realtà locali, oltre i facili successi del momento.

In questo nuovo inatteso quadro i sovranisti sono rimasti palesemente spiazzati dalla rottura del solito schema usato per attaccare ogni santo giorno le istituzioni europee. Uno schema, manovrato da forze politiche dell’estrema destra europea, alimentato, da errori ed egoismi dei singoli Stati membri.

L’Europa ha accolto il principio di solidarietà ed investe per contrastare gli effetti dell’epidemia, e con Ursula Von der Leyen è cambiato l’approccio. I miliardi ottenuti con l’operazione Next Generation Eu non si sarebbero concretizzati se l’Italia fosse stata governata dalle destre.

Intanto a destra si va rafforzando quella componente sovranista antieuropeista che certo non è il massimo in un momento in cui proprio l’azione del premier Conte è riuscita ad avere importanti concessioni finanziarie dalla bistrattata Europa. E non a caso Conte, come i governatori regionali, rappresenta un importante baluardo, con un alto e solido consenso di base, che non è espressione di un partito ma di tanti progressisti e cittadini anche moderati che vogliono serietà, stabilità e che hanno anche inteso premiare il modo con cui ha gestito l’emergenza Covid. Insomma un Conte governatore d’Italia.