E’ il 13 aprile e mi arriva un messaggio lungo, per pochi intimi, che annuncia la morte di Alessia. Penso ad uno scherzo, ad un improvviso impeto di tristezza che arriva da lei, allo sconforto che l’attanaglia in un momento più difficile degli altri.
Alessia è sola in fondo, nonostante abbia incontrato professionisti e operatori assistenziali durante la sua lunga malattia, è lontana dagli amici più intimi, quelli coi quali nel tempo si realizzano patti di amore, di coesistenza, quelli delle esperienze profonde. Ma è lontana soprattutto dagli affetti prossimi, dalla famiglia, da chi l’aveva scelta come figlia, col fratello, nei momenti dell’abbandono
del sangue, dei genitori che l’avevano generata in Russia.
In Italia ha avuto di certo una famiglia Alessia, sul quale ha potuto contare fino al momento in cui li ha nuovamente scissi; una famiglia che ama, che l’alimenta di sogni e progetti, che le sfuma il ricordo grave della sua infanzia dolorosa. E il momento è doloroso, lungo, sentito per mesi perpetuarsi nella doppia consapevolezza dell’abbandono e nell’idea di un imprevisto esistenziale che le tocca più della leucemia. Ma la distanza, la malattia, il rifiuto, come ad accanirsi contro l’esilità del suo corpo, si incrociano persino col Covid-19. Allora qualcosa tace. In pochissimi sappiamo di quel messaggio. Io provo a ricontattarla, destata da una idea troppo complice che mi confida la mia amica nell’esercizio ripetuto dell’esorcizzazione della morte. Si mostra bucata dalle chemio in tacchi a spillo sui social, ci bacia divertita, ci devia dal dramma nella più elevata apologia della Resistenza. Devo attendere questa volta. Nessuno mi parla. Non so a chi chiedere.
Passa qualche giorno e un manifesto funebre mi scopre una infamante verità: Alessia è morta ed è cancellata, non ha più un’identità, non la si può trovare su quello scritto evidenziato dal lutto. Il respiro ha cessato per qualche giorno la sua esistenza, la Memoria, il suo passaggio storico. Non aveva il Covid-19 Alessia, ma questo virus si era alleato al dramma della negazione come ad esigere la fine più grave. Si muore di fame adesso, si muore immigrati e invisibili, di lavoro nero, di precariato, e si muore come Alessia, che nell’era del Covid-19 si voleva tacere nel convulso intersecarsi dei cancellati come AlessiO.
Si, perché la sua famiglia cosi la saluta. Una figlia transgender è una vergogna troppo grande. Ma la Resistenza diventa Storia, si eleva a valore di mito. Alessia non si cancella, è una donna transgender, è una donna.
Daniela Lourdes Falanga
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