In Italia i processi sono lunghi, lo sappiamo. Lo sono sia quelli civili sia quelli penali e per la verità le cause di tale inefficienza sono tante e molto complesse.
Negli ultimi mesi, con la consueta semplificazione politico-mediatica, tutto e‘ stato ridotto ad una domanda: la prescrizione e‘ la causa o l‘effetto dei processi lunghi?
L‘istituto della prescrizione deriva dalla tradizione secolare del pensiero giuridico moderno, dal Beccaria al Carrara. E‘ un istituto che rimedia ad una patologia inaccettabile per una società che si definisce “civile“: nessuno di noi può rimanere in attesa di una sentenza per un tempo indeterminato.
Al contrario di questi tempi sembra quasi che il dibattito pubblico descriva la prescrizione come uno strumento diabolico cui gli avvocati, utilizzando tutti i cavilli per dilazionare il processo, aspirerebbero per fare un servizio utile solo ai propri clienti.
In realtà nel nostro Paese il 60% delle prescrizioni matura durante le indagini preliminari, ossia nella fase in cui gli avvocati non hanno di fatto voce in capitolo. E in ogni caso il 75% dei processi si prescrive comunque prima della sentenza di primo grado.
Quindi chi ha ragione? Chi lo considera un istituto di civiltà giuridica o chi pensa si tratti di uno strumento buono solo per farla franca dopo aver commesso un reato?
Di una cosa sono certo: in un paese serio i principi di civiltà giuridica non sono temi da tifoseria politica.
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