D: Adele, parlaci un pò di di come nasce l’idea di fare un film come Normal?

R: Mi sono ispirata a “Comizi d’amore” ed ho indagato, e continuo a farlo, sugli stereotipi di genere. Inizialmente avevo sviluppato il mio progetto viaggiando per l’Italia con Bla Bla Car, sfruttando le conversazioni con loro, ma l’idea l’abbandonai perchè legata troppo all’individuale soggettività.

D: Per questo hai poi scelto la dimensione corale?

R: Esatto, con poco audio, un mosaico di stereotipi dove l’immagine fa da padrona al tutto.

D: Ne viene fuori una normalità assai inquietante…

R: Viene fuori una binarietà schizzofrenica… del resto le immagini eliminano ogni orpello e lasciano lo spazio alla riflessione.

D: Normal non lascia punti di riferimento… è spiazzante…

R: Lo è perchè non vi è una narrazione ma solo suggestioni; lasciando il pubblico libero di provare varie emozioni e stati d’animo… dalla rabbia alla tenerezza…

D: E il finale con l’unione civile?

R: Il finale con l’unione civile sembra dire…

occhio che anche questo riconduce ad un incanalamento, a un rimettere tutto nei canali della norma, un processo di istituzionalizzazione e omologazione con l’illusione annessa di una conquista libertaria.

D: Perchè il film non da una risposta ma finisce lasciando un pò tutto nel limbo?

R: Perchè lascio parlare le immagini, come ho detto, non voglio parlare di marginalità o quant’altro ma rappresentare la follia del convenzionale, del conforme, di ciò che comunica lo stereotipo e lo spettatore che trarrà le conclusioni.

D: Come ti spieghi il successo avuto?

R: La selezione a Berlino ci ha dato una imponente visibilità ed e’ stato davvero ben accolto dalla critica, che ne ha riconosciuto un impatto visivo ricco di spunti per suggestive riflessioni.