D: Piemonte in terra di diritti…

R: Io credo proprio di sì. E’ una tradizione che affonda le sue radici nel passato. Il Piemonte vanta la prima carta costituzionale, lo Statuto Albertino che, seppur octroyée, ha aperto la strada ai diritti diffusi in Italia. La stessa tradizione che ha poi caratterizzato tutto il ‘900 con i grandi piemontesi tra i costituenti e con il Piemonte in prima fila tra le Regioni progressiste in tema di diritti, forse agevolato dalla sua grande vocazione industriale. Una regione che oggi, in tema di diritti, guarda al futuro con fiducia perché forte della sua tradizione. Mi auguro che l’alternanza politica non sposti il timone dalla direzione giusta.

D: Cosa manca in questo momento in Piemonte in tema di diritti?

R: Godere di diritti riconosciuti è un’esigenza primaria dei cittadini in continua evoluzione che si sviluppa al fianco della crescita culturale e sociale. La politica ha il compito di individuare l’orizzonte verso cui far tendere la propria comunità. E per far questo occorre tener alto il livello di attenzione di chi amministra per cogliere i nuovi bisogni e tutelare i diritti, anche quelli che appaiono ormai consolidati. Servono investimenti continui, in particolare sulla scuola.

D: Contrasto al bullismo e cyberbullismo nelle scuole?

R: Su questo punto vale una vecchia regola: meglio prevenire che curare. Una legge nazionale organica e legislazioni regionali non solo sanzionatorie sarebbero utili: penso a progetti di educazione per i nostri figli e anche di formazione che diano maggiori strumenti anche a chi vive la scuola nel quotidiano. Dobbiamo investire sui nostri insegnanti e sulla loro capacità di intercettare sul nascere le situazioni che possono degenerare. E dobbiamo essere al fianco dei genitori. Crescere i figli resta il percorso più difficile e al tempo stesso più gratificante dell’essere umano.

D: Come arrivare ad ottimizzare una cultura inclusiva che sia davvero a sostegno delle persone che si approcciano alla nostra realtà?

R: Si è inclusivi a tutto tondo, non a compartimenti stagni. Questo è un obiettivo strategico, di medio e lungo termine. Le differenze sono un arricchimento, uno stimolo per migliorarsi, tutti insieme e reciprocamente. Le eccellenze culturali nascono sempre dal fermento e non dall’appiattimento.

D: Come arrivare a fare investimenti sempre più forti a sostegno dell’istruzione?

R: Innanzitutto è necessaria la volontà politica di investire in istruzione. Se c’è questa volontà, ben chiara, la strada è una: trovare e destinare risorse. Magari contenendo la spesa in altri settori ed investirli in istruzione. Spero che questa giunta sappia continuare nel solco tracciato da Chiamparino di sobrietà e rigore nei conti consegnando alla nuova amministrazione una regione ben diversa da quella che gli era stata lasciata dalla giunta Cota.

D: In poche parole come descriveresti Alberto Avetta?

R: Ho sempre cercato di rispondere a due regole: evitare l’improvvisazione e praticare la fatica dell’ascolto. Saper ascoltare aiuta molto a mettersi in sintonia con l’altro. Nella consapevolezza che tutti noi, di volta in volta, siamo “altri” per i nostri interlocutori.

D: La cultura può essere una eccellenza piemontese?

R: Diciamo un’ovvietà: la cultura rende migliori. Da qualche tempo anche i più scettici hanno metabolizzato il fatto che di cultura si può anche vivere. E’ carburante per una buona economia locale anche perché, per molti aspetti, genera un’economia non “delocalizzabile”. Abbiamo tanti siti Unesco, musei, grande storia e tradizioni: purtroppo abbiamo perso qualche occasione importante. Oggi ho la sensazione che Torino non sia più la città di qualche anno fa. In questi giorni non si respira l’aria internazionale che, al contrario, era palpabile negli anni post olimpici. Tuttavia è bene che ce lo diciamo: le occasioni di rilancio e sviluppo per Torino e per il Piemonte non avvengono per caso. Sono sempre frutto di una visione strategica chiara e definita. Mai dell’improvvisazione.

D: Una domanda che non ti ho fatto e che avresti voluto che ti facessi?

R: Mi sarei atteso una domanda sulle mie passioni calcistiche. Ma non credo che la risposta sarebbe apprezzata proprio da tutti.

D: Quale è stata per te la colpa più grande del governo 5 stelle alla guida della città di torino?

R: Lo dico con il rispetto dovuto a chi ha raccolto la fiducia di tanti cittadini: uno non vale uno, l’esperienza conta, soprattutto quando si amministrano interessi pubblici che sono di tutti, anche e soprattutto delle persone che non ti hanno votato. C’è stata troppa frenesia, troppa ansia da prestazione e da cambiamento. Troppa fretta nel buttare al vento ciò che era stato fatto da altri. E’ evidente che, in poco tempo, è stato depauperato un patrimonio di esperienza e successo che la nostra città aveva acquisito in tanti anni, con visione e lungimiranza dei suoi amministratori. Da qualche anno viviamo la condizione di chi ha smarrito la fiducia nel futuro con una Torino in grande difficoltà. È un giudizio molto diffuso, lo senti per strada, parlando con la gente che evidenzia proprio un difetto di prospettiva.

D: Pregi e difetti della realtà Anci più legata al territorio periferico rispetto alla vita politica e professionale torinese?

R: In Piemonte ci sono 1200 comuni dei quali più di 1000 sono piccoli. Anci (associazione nazionale comuni italiani) li rappresenta tutti, da Torino ai paesi di montagna in cui vivono meno di 100 abitanti. Questa esperienza, molto interessante e gratificante, mi ha fatto capire che la vera sfida per il Piemonte dei prossimi anni sarà quella di trovare un punto di equilibrio tra realtà cosi diverse tra loro. Noi abbiamo da sempre un modello sociale e culturale, tipico della vecchia europa, in cui la popolazioni sono distribuite in modo capillare tra aree urbane, rurali e montane. Non abbiamo, per ora e fatta qualche eccezione, metropoli da decine di milioni di abitanti come succede in Asia o in Sud America. A mio avviso dobbiamo rivendicare e tutelare questo nostro modello perché ci ha garantito una qualità di vita molto più elevata.

Sanità di territorio, scuola, trasporti, connessioni tecnologiche diffuse sono alcuni dei fattori che consentono a tutti di crescere i propri figli anche nelle vallate più sperdute. E, al tempo stesso, di svolgere quel ruolo di presidio territoriale che è utile anche a chi vive in città perchè, per esempio, gli consente di bere l’acqua buona che scende dalle nostre montagne.

La ricerca di questo equilibrio è ciò che anima la strategia Eusalp, un disegno europeo di sviluppo sostenibile che accomuna tutte le regioni alpine. Le Anci del Piemonte, della Lombardia e della Liguria stanno lavorando ad un progetto comune che vedrà i comuni protagonisti nel disegnare il futuro.

Ecco perché Anci, per me, è stata un’esperienza davvero gratificante.