La botte piena e la moglie ubriaca. Il mercato del vino è in crisi, con i consumi globali ai minimi storici

Il questo 2026 non ci sono buone notizie per l’export e le vendite enologiche nazionali, dove cresce l’invenduto (oltre 50 milioni di ettolitri fermi nelle botti), con pesanti e generalizzati cali nell’export che solo il Piemonte riesce a evitare.

Dazi, tensioni internazionali, ma anche nuovo stili di vita, abitudini e prezzi troppo elevati, incidono su una tendenza già evidente nel 2024. Un fenomeno con ripercussioni significative sull’export di Moscato, Barbera e quei pregiati vini del Monferrato.

 “Va bene il ricarico, ma è possibile che una qualunque bottiglia di un modesto vinello (5 euro in un supermercato) in un ristorante o in un vineria si venda intorno ai 28 euro. Anche l’accontentarsi di  un solo buon calice ti può costare 8 euro. Prendere un’altra bottiglia diventa un costo esagerato che supera quello della cena e così ci si accontenta ,..”, è l’opinione di alcuni consumatori che si riferiscono a locali ordinari, non certo stellati.

Dalla Regione Piemonte si consolano proclamando di essere l’unica realtà che cresce nell’export di vino, del +0,5% nel primo trimestre, rispetto al tonfo generale del -8.2% (dati dell’Osservatorio vinicolo sui mercati).
Certo il vino piemontese ha un livello mediamente eccelso, ma il risultato è quanto mai importante nell’indicare una discesa significativa delle vendite e del consumo di vino che incide sul nostro export.

I dati Istat fotografano la tenuta del Piemonte, con 255,2 milioni di euro di export nel periodo gennaio-marzo 2026. La classifica degli esportatori vinicoli vede ancora in testa il Veneto con 621,4 milioni di euro, che registra un vero e proprio crollo del 9,7% rispetto al primo trimestre 2025.
Al calo del Prosecco si affianca quello registrato nelle terre del Chianti, con la Toscana toccata dal -8,3% del suo export.

Pesa la contrazione dell’import del mercato statunitense, con quel dazio del  10%, che si aggiunge a quelli fissati sull’export europeo.

Oltre a dazi, crisi e turbolenze internazionali incidono sui commerci anche inflazione e nuovi stili di vita e di consumo.

Vi sono poi i segni della crisi economica sentita da molte famiglie italiane, che hanno ridotto o riorientato i loro acquisti verso una fascia meno costosa, accontentandosi di bottiglie di qualità inferiore a basso costo, che certo non mancano sugli scaffali dei supermercati.

Altro fattore è il generalizzato cambiamento delle abitudini in termini salutisti, per cui il bicchiere di rosso non è quella costante che nel passato accompagnava  pranzi e cene della famiglia, ma piuttosto da sorseggiare in vineria con gli amici. Non è comunque vero che giovani e salutisti non bevano mai vino. Se ne beve poco, ma buono, certo molto meno di un tempo.

Una tendenza riscontrabile anche nei nostri consumi interni (-3%), con cali del -1% nella grande distribuzione e un significativo -7% nella ristorazione.

Vi sono poi i divieti stradali. Quella paura del test del palloncino che comunque contribuisce al calo dei consumi. In questo caso non si può generalizzare, in quanto la tolleranza del test sul bicchiere di vino o due di birra (330ml con gradazione), varia molto a seconda del soggetto, peso, sesso, corporatura…

I bianchi e i rossi italiani, bollicine comprese, devono fare inoltre i conti con l’emergere di diversi produttori internazionali, sempre più agguerriti, in un contesto generale critico che penalizza l’export.
La qualità del vino e delle bollicine italiane è sempre elevatissima e apprezzata nel mondo, ma il dato delle scorte nei magazzini di prodotto invenduto è più che un campanello d’allarme.

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