Contro ogni odio, contro ogni discriminazione e contro ogni tentativo di riportare indietro le lancette della storia.

Un fiume festoso di quattro chilometri e 160mila persone. Un’onda di musica, di cartelli, di bandiere arcobaleno, di libertà, con 24 carri espressione di 50 realtà: è stato così il Pride torinese, arrivato alla ventesima edizione, con lo slogan “Venti di Lotte”.
Vent’anni di lotte, ricordano dal coordinamento Torino Pride, che hanno visto la città della Mole sempre in prima fila.

“Torino si conferma la città dei diritti di tutti e di tutte”, ha affermato il sindaco Stefano Lo Russo, “ed è pronta con orgoglio ad ospitare quel mega evento che sarà l’Europride 2027.
Il sindaco ha sottolineato quanto sia importante manifestare ed essere stati così tanti in piazza, in un momento in cui molti vorrebbero farci fare passi indietro.

Vicino al sindaco, Vladimir Luxuria ha dichiarato: “Inquietano più i saluti romani, i saluti dei fascisti, che due gay che si baciano all’aeroporto”, in polemica con le dichiarazioni indignate del senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia, per poi ricordare lo scempio del ddl Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, che ha di fatto bloccato l’educazione sessuo-affettiva nella scuola, vincolandola al consenso genitoriale.

Essere liberi non è una moda. Il concetto di normalità mi fa schifo, perché la normalità è sinonimo di Vannacci e mi fa paura” a parlare è la madrina del Pride, Ambra Angiolini, che, da sempre vicina alle realtà LGBTQIA+, ha guidato il corteo e cantato – davanti ad una piazza Vittorio Veneto strapiena – il suo storico successo “T’appartengo”.

Tra i tanti interventi ha colpito quello della Rete Genitori Rainbow sulle discriminazioni che subiscono le famiglie non convenzionali e le persone trans, particolarmente prese di mira dall’omofobia sociale, nel silenzio in cui siamo immersi.

Duro è stato l’attacco dell’Associazione “Maurice” alla Regione, che stanzia fondi per le associazioni antiabortiste, invece di formare medici in grado di intervenire sui corpi di persone trans, per le cui necessità sanitarie si registrano liste di attesa di 4 anni.

Una festa davvero grande che ha ricordato quanto sia forte e sentita la sete di libertà e quanto il mondo gender non si possa cancellare, ignorare o – peggio – demonizzare, come accade in molte parti del mondo, e per cosa si registra nelle nostre destre di governo (vedi ddl Valditara).

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