E grande l’attesa per le elezioni ungheresi del 12 aprile che potrebbe metter fine al sistema-Orbán perdurante dal 2010.
I sondaggi vedono gli europeisti del rampante 45enne Péter Magyar (Partito del Rispetto e della Libertà), in vantaggio sul sovranista Orbán, ma i giochi non sono ancora fatti.

L’Ungheria ha meno di dieci milioni di abitanti, ma i suoi sviluppi politici saranno quanto mai importanti sul futuro dell’Europa, dove è atto un duro scontro tra europeisti e sovranisti.
Budapest è da tempo nel mirino per la sua linea filorussa che ha portato l’Europa a invocare sanzioni verso il governo magiaro, tenendo anche conto delle sue posizioni ostili verso la comunità LGBTQI+.
Proteste che hanno comportato grandi manifestazioni di dissenso nel 2025. Un segnale forte per un sistema in cui sussiste la subordinazione dell’apparato giudiziario a quello esecutivo. E’ proprio nella crescita del dissenso e delle proteste, anche ambientaliste, che si legge il progressivo vantaggio degli europeisti guidati da Péter Magyar, peraltro ex pupillo di Orbán, ed ex marito di Judit Varga, già ministra della Giustizia del governo di Orbán.
Si riuscirà a mettere fine al sistema instaurato da Viktor Orbán primo ministro dal 2010?
Il più fedele vassallo di Mosca presente nella Ue, che vanta il sostegno di Trump e importanti investimenti di Pechino, oltre alle simpatie e la vicinanza delle destre europee ,tra le quali quella di Giorgia Meloni.
Ricordiamo come l’Ungheria di Orbán sia stato l’unico stato europeo presente a quel conclave di dittatori e autocrati, voluto e diretto da Trump, chiamato Board of Peace.
Non è un caso se il vice-presidente Vance prende parte alla campagna elettorale pro-Orbán, nonostante gli impegni per la guerra in corso con l’Iran.

Non è la prima volta che l’amministrazione Trump, in ottica anti europea, appoggia candidati della destra. Nel febbraio 2025 fu Vance che, in chiave elettorale, incontrò Alice Weidel, leader dell’estrema destra del Afd (Alternative fur Deutschland), in piena sintonia antieuropeista.
Orbán è l’alfiere dell’Europa sovranista e di estrema destra che contrasta ogni avanzamento del progetto unitario. In questo il patriota magiaro ha anche l’appoggio di Marine Le Pen
Trump: meno lodi anche a destra
L’attacco all’Iran ha determinato anche nelle destre europee segnali di distacco dal “re tycoon” in piena discesa. Quel Trump osannato in odore di premio Nobel per la Pace che comincia a stancare, con i suoi proclami roboanti autocelebrativi spesso carichi di offese. Una reazione che ha portato alle oceaniche manifestazioni “No King” negli Stati Uniti.
La Cina a Budapest
Orbán punta sul gas russo a buon prezzo con l’appoggio di Vance come mossa vincente. Ma c è anche un terzo soggetto che da tempo gioca in terra magiara un ruolo meno appariscente, ma importante: la Cina, con i suoi importanti investimenti in impianti produttivi per batterie per auto elettriche.
Con riservatezza e pragmatismo sono forti i rapporti tra Pechino e Budapest. La capitale ungherese è stata da poco visitata dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi.
Una linea di investimenti industriali che vede presente anche la Corea del Sud, in cui prevale un importante centro produttivo per batterie per veicoli elettrici, un settore quanto mai legato al comparto automobilistico tedesco e ovviamente a quello dell’est.
Attività in cui le necessità labour intensive hanno fatto chiudere un occhio alle politiche anti migranti della destra. Certo sul fronte delle tutele ci troviamo spesso di fronte a lavoratori di serie B…
La protesta che parte dal basso erode il consenso a Orbán
Queste installazioni industriali sono state oggetto di polemiche e accuse per effetti inquinanti, corruzione e abusi per discutibili confische e detassazioni sul territorio su cui si dovevano costruire gli impianti (fabbrica Samsung di Göd, avviata nel 2018).
Il caso Göd ha smosso le coscienze di molte persone. Una protesta che parte dal basso e che prende forza contro un regime opprimente. Comitati spontanei contro l’esalazioni da assemblaggio, l’inquinamento delle falde e per il rumore assordante e continuo che arriva da questi impianti hanno smosso il clima sociale e il consenso al partito del premier (Fidesz), che era fortissimo nelle campagne.
Le reazioni di Mosca
Secondo quanto rilevato dal Financial Times, Putin sta mettendo in moto alcune contromosse, per mantenere il fedele Orbán al potere, ricorrendo anche ad una sofisticata campagna di disinformazione che invade i social con milioni di messaggi che osannano Orbán come l’unico candidato in grado di mantenere l’Ungheria forte e sovrana, con amici che contano, a differenza di un Magyar “pupazzo” di Bruxelles.
Si tratta di una campagna che chiama in causa la “Social Design Agency”, che fa riferimento a Sergej Kirienko, un uomo dello staff di Putin attivo in diverse “campagne coperte” nei paesi dell’Est confinanti con Mosca.

In una realtà in cui i giochi non sono ancora fatti e l’autocrate Orbán può ancora muovere diverse pedine prima che Peter Magyar conquisti, come prevedibile, la maggioranza del Parlamento
In ogni caso, l’insofferenza verso Orbán cresce in Europa anch4 tra tanti politici che lo avrebbero volentieri messo fuori dalla Ue.
Fermare la Ue
La conclusione vede prima degli interessi economici: i tre colossi (americano, russo e cinese) hanno trovato nel piccolo paese sul Danubio un cuneo per ostacolare l’Unione europea.
Un ruolo che Orbán ha svolto benissimo, con i suoi veti e le sue manovre per bloccare ogni discorso di integrazione, come vero agente di Mosca. Un’integrazione che darebbe forza a un gigante, sia economico che politico, con 500 milioni di persone, una politica estera e una difesa comune.
Ora si attende e si spera in una maggioranza diversa all’Országház, il Parlamento di Budapest.
Sedici anni di “Orbán Power” sono abbastanza, a meno che non si voglia rientrare nella logica di personaggi come Lukashenko, al potere a Minsk da 32 anni.
Nonostante i prevedibili colpi di coda del vecchio patriota, pare che il ritorno a un’Ungheria europeista sia questione di ore.
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