Ogni primavera, infatti, accade questo piccolo miracolo laico: galleristi con passo da diplomatici, direttori di museo con lo sguardo da rabdomanti, studiosi armati di attribuzioni, collezionisti in cerca di una vertigine ben certificata; tutti si ritrovano al MECC di Maastricht come in un grande conclave della bellezza. Così, sotto la liturgia impeccabile della fiera, si celebra il commercio dell’arte insieme al suo più vasto e ambiguo significato nel nostro tempo.
Non male per un’umanità che spesso fatica a ricordare persino ciò che è accaduto ieri…
Non stupisce, allora, che il famoso processo di vetting resti uno dei grandi riti identitari della fiera e fonte di rassicurazione.
Le nuove generazioni sembrano diffidare delle categorie rigide e delle cronologie stabilite, riconoscendo che il collezionismo più significativo non può limitarsi a un inventario di opere. Piuttosto che costruire raccolte ordinate, essi privilegiano costellazioni visive, accostando epoche e linguaggi diversi, conciliando rigore filologico e libertà interpretativa.
Allo stesso tempo, la fiera continua ad allargare i propri orizzonti geografici. Alcune gallerie, per esempio, hanno portato a Maastricht opere di artisti aborigeni australiani, segno evidente di come il collezionismo internazionale si stia aprendo a tradizioni visive che fino a pochi decenni fa restavano ai margini del sistema occidentale dell’arte.
C’è chi guarda “TEFAF” con sospetto, come un trionfo di élite, una vetrina del privilegio, il luogo dove il denaro si concede il lusso di fingersi cultura. E, diciamolo, non hanno tutti i torti, il mondo dell’arte non è mai innocente, frequenta il potere, ne copia i codici, a volte ne adotta le piccole ipocrisie. Fermarsi qui sarebbe un errore, ridurre un’opera al suo prezzo, un collezionista al suo conto in banca, la contemplazione alla cornice sociale…sarebbe come guardare un Rembrandt dal lato sbagliato della tela. Perché, accanto al mercato, c’è un’altra dimensione, discreta ma ostinata, ossia quella dell’esperienza estetica, la contemplazione. Anche chi non comprerà nulla può vivere un privilegio rarissimo, quello di trovarsi davanti a capolavori che di solito abitano collezioni private, caveau, musei lontani, luoghi inaccessibili.
In quell’incontro silenzioso, accade qualcosa che nessun bilancio, nessuna polemica, nessuna quotazione può esaurire.
Nel mondo dell’arte esistono parole capaci di cambiare immediatamente l’atmosfera di una conversazione e, a “TEFAF”, quest’anno ne bastava una: Leonardo. Il motivo era un dipinto presentato dalla Agnews Gallery, un Salvator Mundi proveniente dalla bottega di Leonardo da Vinci, databile tra il 1505 e il 1515 e ancora conservato sulla sua tavola originale in noce. Conosciuta come versione de Ganay, l’opera attirava studiosi e collezionisti, ricordando quanto potente rimanga ancora oggi il fascino delle immagini nate nell’orbita leonardesca.

Questo è il paradosso più profondo che “TEFAF” mette davanti ai nostri occhi: l’essere umano può distruggere con una mano e creare meraviglia con l’altra.
“TEFAF” si offre come un’isola di complessità, un luogo dove la velocità del mondo moderno si arresta, e ti invita a soffermarti sulle sfumature: a vedere l’ambiguità, le stratificazioni, le contraddizioni che rendono l’umano ciò che è.
La bellezza, allora, non cancella il disordine del mondo: gli resiste. E, in tempi come questi, resistere non è poco.
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