È ora di dirlo senza più giri di parole: quello che il governo Meloni sta facendo sul fine vita è un atto di prepotenza politica e ideologica senza precedenti. Un attacco alla libertà individuale, alla dignità umana, al diritto di scegliere anche nella fase più estrema e dolorosa dell’esistenza.

Dopo anni di immobilismo e omissioni colpevoli da parte del Parlamento, la Regione Toscana ha avuto il coraggio di approvare autonomamente una legge che rendeva finalmente possibile l’accesso al suicidio medicalmente assistito, in linea con le indicazioni della Corte Costituzionale. Un atto di civiltà, di responsabilità istituzionale, di rispetto verso il dolore di chi è malato in modo irreversibile e chiede soltanto di non essere condannato a una sofferenza insopportabile. Ma Meloni e i suoi, anziché sostenere un’iniziativa che cerca di colmare un vuoto legislativo e rispondere al grido di aiuto di tante persone, hanno prima tentato di eliminarla tramite ricorso a livello regionale, poi, a seguito del rigetto del Comitato di garanzia, hanno deciso di impugnarla direttamente dai piani alti di Palazzo Chigi. Hanno scelto, cioè, di combattere non il dolore, ma la libertà.

Ora stanno lavorando a una bozza di legge nazionale la cui discussione dovrebbe arrivare in Aula il 17 luglio, ma già dalle prime indiscrezioni pare essere nient’altro che una pericolosa e feroce regressione su tutti i fronti, una ridicola pantomima nata più per accontentare gli amici delle associazioni religiose che per garantire una morte dignitosa alla povera gente. Una versione che dietro una patina di razionalità tecnica, cela un impianto autoritario e profondamente punitivo, che svuota di significato la sentenza della Corte costituzionale del 2019 (caso Cappato), e relega il diritto alla scelta sul fine vita a un labirinto di ostacoli, vincoli e punizioni sin dal primo punto in cui si parla di «tutela della vita dal concepimento alla morte naturale», definendo «nulli» tutti «gli atti civili e amministrativi» contrari a queste finalità.

Non solo vogliono obbligare il paziente a seguire l’iter delle cure palliative anche contro la sua volontà, ma vogliono persino escludere la tutela del Servizio Sanitario Nazionale che, secondo la Consulta, dovrebbe essere garante e accompagnatore dell’intero processo. L’accesso al fine vita viene affidato di fatto a strutture private, come se la possibilità di morire con dignità dovesse diventare un privilegio per pochi e non un diritto garantito a tutti incondizionatamente.

Come se non bastasse, il governo vuole istituire un Comitato nazionale di valutazione etica i cui sette membri sarebbero scelti direttamente dalla Presidenza del Consiglio. Un organismo non indipendente, quindi, ma politicamente controllato, che avrà la bellezza di otto mesi abbondanti per poter accettare o rifiutare le richieste dei pazienti. E se la richiesta venisse negata, il malato non potrebbe ripresentarla per ben quattro anni, né fare ricorso. Quattro anni di attesa, di sofferenza, di impotenza. Quattro anni imposti da chi non conosce né il dolore né il pudore, ma pretende comunque di decidere sulla pelle degli altri.

Questa non è una legge: è un dispositivo di controllo morale, è una camicia di forza cucita su misura da chi ha trasformato la sofferenza in terreno ideologico. È la conferma di un progetto più ampio e inquietante: costruire uno Stato etico che ci dica come dobbiamo nascere, come dobbiamo vivere, chi possiamo amare e ora perfino come — o se — possiamo morire.
Non c’è nulla di umano in questa proposta. Non c’è compassione, non c’è ascolto, non c’è rispetto. C’è solo il disprezzo per la libertà altrui. È lo stesso disprezzo che vediamo nelle politiche contro le donne, contro i migranti, contro la comunità LGBTQIA+, contro chiunque osi rivendicare il diritto a essere diverso, autonomo, consapevole.

Ecco perché non possiamo tacere. Ecco perché dobbiamo denunciare, con forza, questa deriva autoritaria. Questo non è semplicemente un governo conservatore: è una macchina di repressione dei diritti, mascherata da ordine istituzionale. Sta cercando di trasformare lo Stato in una chiesa, la legge in un dogma, il corpo dei cittadini in proprietà del potere.

Se non fermiamo adesso questa follia legislativa, domani sarà troppo tardi. Perché oggi ci tolgono la libertà di morire con dignità. Domani, chissà cos’altro.
Difendere il diritto al fine vita non è solo una battaglia civile. È un atto di resistenza umana. Un grido contro il sopruso. Una dichiarazione d’amore per chi soffre e non vuole essere condannato anche nell’ultimo tratto della sua vita.

Ribelliamoci, finché possiamo. Perché sulla nostra morte, sulla nostra libertà, sul nostro corpo, non devono e non possono avere l’ultima parola loro.

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