Di carcere si muore, ma di carcere non si parla. Tra gli argomenti tabù della politica italiana il tema carcere occupa certamente una posizione di rilievo. Parlarne non porta voti e non è glamour, figuriamoci sotto elezioni. Solo i radicali ne hanno fatto, da sempre, una battaglia prioritaria. Eppure un po’ tutti parlano di giustizia da riformare, ognuno a suo modo, ma non considerano il mondo carcerario come parte della questione. Una questione che riguarda tutti.

Il carcere, come pena, avrebbe una funzione precisa, costituzionalmente rilevante: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27). Difficilmente potremmo essere smentiti se affermiamo che il carcere – principale pena evocata dai più – tutto fa tranne che rieducare. O meglio, spesso molti detenuti vengono educati, ma alla scuola della criminalità, giacché una volta usciti possono fare poco altro se non tornare a delinquere. Difatti il tasso di recidiva è sempre più allarmante.

È l’effetto di non voler affrontare le questioni, di volerle nascondere come cenere sotto al tappeto. Pensare che una volta dentro si possa “buttare la chiave” (espressione infelice ma utilizzata come facile slogan) e risolvere il problema, è illusorio. Se si desse reale sostanza all’articolo della Costituzione appena ricordato, anche il grande tema della “sicurezza” verrebbe affrontato in altri termini. Ecco perché ragionare di misure alternative al carcere dovrebbe essere una priorità tanto per i “garantisti”, quanto per i “giustizialisti”.

Ma c’è un altro dato estremamente allarmante di cui ci si dovrebbe occupare con estrema urgenza. Alla data in cui scriviamo i suicidi in carcere, in questa prima parte dell’anno, sono arrivati a 57, lo stesso numero dell’intero 2021, un record degli ultimi vent’anni (peraltro con un tasso circa venti volte superiore rispetto alle persone libere). A questi numeri vanno aggiunti i tentati suicidi, le morti per altre cause, per non parlare degli atti di autolesionismo. Dati agghiaccianti. E non va dimenticato l’alto numero dei suicidi nel corpo della polizia penitenziaria, certamente la categoria lavorativa con il tasso più alto.
Non è possibile tollerare che persone che sono sotto la custodia dello Stato arrivino a togliersi la vita per le condizioni in cui li si lascia vivere o lavorare. Il momento di occuparsene non sarà mai troppo tardi.

Silvja Manzi
Candidata della Lista “+Europa con Emma Bonino” nei collegi plurinominali di Piemonte 1