Il Piemonte è diventato uno dei nuovi territori della corsa italiana ai data center. Le richieste di connessione alla rete elettrica raccontano meglio di qualsiasi slogan la dimensione del fenomeno: secondo i dati Terna aggiornati a luglio 2026, sono 64 le pratiche presentate in regione, per una potenza complessiva richiesta di 13,13 gigawatt. Solo nell’area torinese le richieste sono 43, per oltre 8 gigawatt. Il Piemonte è così arrivato al secondo posto in Italia per interesse degli operatori, dietro la Lombardia.
Non si tratta soltanto di server e computer più grandi. I data center sono le infrastrutture fisiche sulle quali poggia una parte crescente dell’economia digitale: ospitano dati, applicazioni e servizi cloud, garantiscono il funzionamento di piattaforme online, sistemi aziendali e pubblici e forniscono la capacità di calcolo necessaria anche per l’intelligenza artificiale. Più aumenta la quantità di dati elaborati e più cresce la domanda di potenza computazionale. È qui che entrano in gioco i cosiddetti hyperscale data center, strutture progettate per gestire enormi quantità di dati e migliaia di server contemporaneamente.
Il loro ruolo è destinato a crescere con l’AI. Addestrare e soprattutto utilizzare modelli sempre più complessi richiede infatti una capacità di calcolo che non può essere garantita da singoli computer, ma da infrastrutture distribuite e ad alta densità. Un grande data center può arrivare a richiedere centinaia di megawatt di capacità elettrica e consumare centinaia di gigawattora all’anno.
Da qui nasce però il problema: questi edifici possono essere digitali nelle funzioni, ma hanno
un’impronta molto concreta sul territorio.
Il primo nodo è l’energia. Un data center deve funzionare 24 ore su 24, con sistemi ridondanti che garantiscano continuità anche in caso di guasti. Non basta quindi costruire l’edificio: occorre portare sul posto una quantità di elettricità sufficiente a far funzionare server, sistemi di sicurezza, alimentazione di emergenza e soprattutto raffreddamento. È uno dei motivi per cui le richieste piemontesi stanno assumendo dimensioni tali da entrare direttamente nella pianificazione della rete elettrica.
Il secondo problema è l’acqua. I server producono enormi quantità di calore e devono essere mantenuti entro temperature precise. Tradizionalmente una parte dei sistemi di raffreddamento utilizza acqua, anche attraverso torri evaporative: una quota viene consumata nel processo e deve essere continuamente reintegrata. La crescita dell’AI rende il tema ancora più rilevante. Secondo una stima Rystad Energy citata a settembre 2026, l’acqua utilizzata direttamente per il raffreddamento dei data center potrebbe passare dai circa 222 miliardi di litri del 2025 a 644 miliardi entro il 2030 in assenza di significativi interventi di efficienza.
Non significa però che ogni data center debba necessariamente essere una gigantesca utenza idrica.
Esistono tecnologie differenti. I sistemi ad aria possono ridurre drasticamente l’impiego di acqua; i circuiti chiusi consentono invece di utilizzare l’acqua come vettore termico facendola circolare senza consumarla continuamente. Un esempio piemontese è quello del data center di CSI Piemonte, dove i sistemi di generazione e distribuzione del freddo operano principalmente con un circuito chiuso.
La questione, dunque, non è semplicemente quanta acqua consumi un data center, ma quale
tecnologia utilizzi, da dove provenga l’acqua, quanta ne venga effettivamente consumata e quali siano le condizioni del territorio che lo ospita. È una distinzione importante soprattutto in una regione che deve fare i conti anche con periodi di siccità e con una domanda d’acqua legata all’agricoltura.
Il terzo tema è il calore. L’energia utilizzata dai server non scompare: in larga parte si trasforma in calore che deve essere espulso dall’edificio. Se questo calore viene semplicemente disperso nell’ambiente, il data center diventa un enorme consumatore di energia che contemporaneamente produce energia termica inutilizzata. Se invece viene recuperato, può diventare una risorsa.
È uno dei punti sui quali il Piemonte ha deciso di intervenire. La proposta di disciplina regionale presentata nel 2026 prevede infatti che il calore prodotto dai data center possa essere recuperato e convogliato nelle reti di teleriscaldamento, anche per alimentare strutture pubbliche come scuole e ospedali. Tra gli altri criteri indicati dalla Regione ci sono sistemi di raffreddamento ad aria o a circuito chiuso, per ridurre lo spreco d’acqua, l’integrazione con impianti rinnovabili destinati all’autoconsumo e la preferenza per aree industriali già riqualificate.
È questa la stretta piemontese sui data center: non un rifiuto degli investimenti, ma il tentativo di stabilire prima dove e a quali condizioni possano essere realizzati. La Regione ha aperto a luglio 2026 una consultazione pubblica sul disegno di legge, proprio mentre sul territorio arrivavano numerose proposte di nuovi insediamenti.
La partita è particolarmente evidente in alcuni progetti. A Trino, nell’area dell’ex centrale Galileo Ferraris, è previsto un investimento di circa 4 miliardi di euro per un grande polo destinato all’elaborazione dei dati. Il progetto dovrebbe portare circa 1.200 lavoratori durante la costruzione e 300-350 occupati a regime, oltre a un indotto stimato in circa mille persone. L’avvio della conferenza dei servizi è previsto entro la fine del 2026, con l’entrata in esercizio del primo lotto nel 2028.
I vantaggi economici sono quindi evidenti: investimenti miliardari, nuove infrastrutture digitali, occupazione qualificata, maggiore capacità di calcolo e la possibilità di attirare imprese tecnologiche che hanno bisogno di infrastrutture locali. Per un territorio che vuole costruire una propria filiera sull’intelligenza artificiale, avere capacità computazionale e infrastrutture cloud vicine non è un dettaglio. Ma proprio qui si trova il punto politico della questione. Un data center non è una fabbrica tradizionale: occupa relativamente poche persone rispetto alla quantità di capitale e di energia che richiede, mentre il suo impatto infrastrutturale può essere molto grande. Per questo la domanda non può essere soltanto «quanto investe l’azienda?», ma anche «quanto costa al territorio?».
Energia, acqua, suolo, rete elettrica, calore e occupazione devono entrare nello stesso bilancio.
La vera sfida del Piemonte non sarà quindi scegliere tra data center e ambiente, ma stabilire se l’espansione dell’infrastruttura digitale possa diventare una componente della transizione industriale senza trasformarsi in un nuovo consumo di territorio e risorse. La corsa è già cominciata. Ora la Regione prova a stabilire le regole del percorso.

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