Tiresia e altri prodigi. A teatro con Eva Robin’s, Elena Serra e Claudio Del Toro

La scena dominata da una cortina di nuvole al tramonto, la luce della natura che ad ogni istante muta: il Giardino della Reggia di Venaria si fa specchio del cielo, dei suoi riflessi e diventa palcoscenico. Qui, presso i Resti del Tempio di Diana, si apre la pièce teatrale Tiresia e altri prodigi, il secondo appuntamento estivo del ciclo Ovidio e altre storie.
Ed è la splendida Eva Robin’s ad esser protagonista, chiamata in scena per l’occasione dalla regista (nonché valida interprete e danzatrice) Elena Serra insieme all’attore Claudio Del Toro.

Lo scenario, l’abbiamo detto, è ideale. Gli elementi si fondono in una combinazione esatta tra perfezione naturale e arteficio umano. Anche l’orario è quello giusto: al calare della sera le ombre si allungano e così cambiano le sembianze. E’ il momento di narrare storie senza tempo. Di esseri mutevoli, unioni sovrannaturali, umani trasformati in piante, rinati come fiori o divenuti esseri androgini, ermafroditi. Ed è così che i tre interpreti in scena indagano i concetti di genere, piacere e desiderio, raccontandone diverse variazioni, prospettive, mutazioni.

Sul palcoscenico ritroviamo un Ovidio che sottende sempre a tematiche profonde, universali e, a tratti, laceranti. Ma soprattutto incontriamo un Ovidio del tutto contemporaneo, grazie al lavoro di traduzione di Fabrizio Sinisi e all’ideazione scenica a cura di Nicolas Bovey. Scopriamo un Ovidio che sa divertire, complice il tocco giocoso, ironico e persino dialettale voluto dalla regista -con l’ausilio della forma cabaret e della canzone-.

Tiresia è l’indovino cieco che la mitologia tramanda aver vissuto sia nel corpo di uomo, sia in quello di donna. Tiresia, l’unico ad aver provato l’esistenza in entrambi i sessi, sa che il piacere femminile è nove volte più intenso di quello maschile. Svelato questo segreto viene punito e reso cieco dalla furiosa dea Era; mentre Zeus, per compensare il torto fatto dalla consorte, gli concede il dono della profezia.

E con il sorriso sulle labbra sopraggiunge la speranza: forse, proprio come per Tiresia, ciò che avrebbe dovuto rappresentare un castigo divino, può in fondo rivelarsi la nostra più grande fortuna?