Secondo la sociologa Chiara Saraceno, esperta di welfare chiamata venerdì scorso dal ministro del Lavoro Andrea Orlando a far parte del futuro Comitato per la valutazione del reddito di cittadinanza, temiamo più i poveri che imbrogliano dei ricchi che evadono.

Di fronte ai dati Istat sull’aumento della povertà nell’anno del Covid la misura voluta dal Movimento 5 Stelle va conservata e potenziata, rivedendo sia i criteri di accesso sia l’impostazione attuale per cui il reddito di cittadinanza per forza dev’essere strettamente connesso alla ricerca di un lavoro che è concettualmente un errore: le politiche attive del lavoro sono indispensabili ma devono riguardare tutti, non solo i poveri.

I nuclei in cui nessuno è occupato sono una minoranza. Ci sono molti più lavoratori finiti in cassa integrazione oppure autonomi che a causa delle chiusure anti contagio hanno lavorato in maniera intermittente.

Questi lavoratori non sono stati raggiunti dal reddito di cittadinanza in quanto il primo problema è che l’Isee necessario per chiederlo si riferisce all’anno precedente. In caso di perdita del lavoro o forte calo del reddito familiare si può utilizzare l’Isee corrente, ma vale solo per sei mesi. Un barista o una commessa che l’anno prima avevano lavorato e avevano qualcosa in banca difficilmente sono riusciti a rientrare tra i beneficiari.

Ci sono troppi paletti che ostacolano i poveri veri e sono facilmente aggirati dai truffatori. Basta guardare il linguaggio che viene utilizzato: c’è più paura dei poveri che imbrogliano che dei ricchi che evadono. I poveri vengono descritti come “nullafacenti”, gente che sta “sul divano”. Non si usa un linguaggio così violento per parlare degli evasori fiscali.

E’ necessario rivedere anche il meccanismo per cui ogni euro in più guadagnato va a ridurre la somma che si riceve dall’Inps per poter rendere vantaggiosa la ricerca di lavoro da parte di chi è in condizione di farlo. In tutti i Paesi si consente di sommarli, in modo da incentivare l’attivazione. Il Reddito minimo di inserimento che fu sperimentato negli anni Novanta funzionava così.

Autonomi e partite Iva vanno anch’essi tutelati come i dipendenti in modo da traghettarli fino a fine pandemia. Ma in molti casi oltre a proteggerne i redditi andranno anche accompagnati in un percorso di riqualificazione, perché non è possibile pensare che finita la pandemia tutto ricominci come prima e riaprano gli stessi negozi, bar e ristoranti. Serve un piano organico per preparare queste persone a cogliere opportunità nei settori in cui lo Stato investirà con il Piano di ripresa e resilienza. Altrimenti, invece che restringersi, i divari finiranno per ampliarsi.

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